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Se il passaporto diventa arma non convenzionale di politica estera (o modo per fare soldi)

di Enrico Marro


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(Adobe Stock)

3' di lettura

Secondo la Treccani è «il documento che dà al cittadino di uno Stato la facoltà di allontanarsi dal territorio nazionale per entrare in quello di un altro Stato». Ma il passaporto, oggi, è diventato molto di più: un modo per guadagnare soldi nella migliore delle ipotesi, un’arma non convenzionale di politica estera nella peggiore.

Prendiamo per esempio Mosca: pochi giorni fa ha annunciato la concessione di passaporti russi agli abitanti delle Repubbliche Popolari di Doneck e Lugansk, che nel 2014 si sono unilateralmente dichiarate indipendenti dall’Ucraina senza ovviamente essere riconosciute da nessuno Stato e tantomeno dall'Onu. Kiev le considera territori temporaneamente occupati da gruppi armati illegali e da truppe russe, ma questo non ha impedito a Mosca di sfoderare una delle sue più classiche armi non convenzionali di politica estera: il passaporto.

Non è infatti la prima volta. Nel 2002 accadde anche per l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia: nelle due regioni separatiste, contese con la Georgia, Mosca concesse passaporti russi per poi nell’agosto 2014 intervenire militarmente in una guerra lampo durata cinque giorni il cui pretesto era proprio la protezione dei neocittadini russi. Il copione si ripeterà a Doneck e Lugansk? La mossa dei passaporti in territori considerati ucraini è stata definita da Kiev «un'aggressione» e da Washington «una provocazione».

Ma non pensiamo che sia solo la Russia a utilizzare i banali passaporti come armi non convenzionali. Iran, Cina e Corea del Nord negano il passaporto ai dissidenti per impedire loro di lasciare il territorio nazionale. Un Paese come la Birmania, tristemente famoso per la persecuzione delle minoranze religiose, ha revocato il passaporto ai musulmani Rohingya rendendo loro impossibile l'espatrio. L’India ha limitato la possibilità di varcare il confine alla sua manodopera meno qualificata per evitare situazioni di sfruttamento, anche se pare che le disposizioni non vengano applicate con grande rigore.

Sull’uso creativo del passaporto anche i Paesi occidentali e democratici non stanno a guardare. Con una mossa che il ministro degli Esteri italiano all’epoca definì «un atto curioso prima che ostile», nel luglio 2018 si è scoperto che Vienna stava preparando un disegno di legge per concedere il passaporto austriaco nella regione italiana dell’Alto Adige . Mentre una nutrita pattuglia di Paesi Ue concede cittadinanza e passaporto europeo a chi investe in immobili o società locali: è il caso di Bulgaria, Malta e Cipro. Ma anche, al di fuori del Vecchio Continente, del Canada.

I permessi di soggiorno poi vengono “venduti” in mezza Europa, dal Portogallo alla Spagna passando per la Grecia e naturalmente arrivando in quella Gran Bretagna che ne ha fatto un business di rilievo, riservato a chi può staccare assegni da almeno due milioni di sterline.

Negli Stati Uniti la legge permette di revocare il passaporto in caso di mancato pagamento delle tasse, ma anche per motivi di sicurezza nazionale (come avviene in Gran Bretagna, dove nel caos di Brexit i nuovi passaporti non hanno più la dicitura Ue) . Altri Stati Ue come Irlanda, Romania e Ungheria concedono cittadinanza e passaporto a stranieri discendenti di emigranti, anche di antica data. La Germania restituisce la cittadinanza a coloro ai quali venne strappata in epoca nazista, esattamente come fa la Spagna con i discendenti degli ebrei sefarditi espulsi dalla penisola iberica dalla fine del Quattrocento con l'editto di Grenada.

Non c’è che dire: il «documento che dà al cittadino di uno Stato la facoltà di allontanarsi dal territorio nazionale» serve in realtà a tante altre cose, dall’espansione territoriale alla vendita della cittadinanza, dalla repressione delle minoranze alla “riparazione” delle passate repressioni delle minoranze. La fantasia non ha limiti: quale sarà il prossimo uso non convenzionale del passaporto?

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