manovra e decreto sicurezza

Se il Pd si limita a ricorrere alla Consulta

di Emilia Patta


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Andrea Marcucci del Pd durante la conferenza stampa (Ansa)

3' di lettura

Nelle prossime ore la Corte costituzionale deciderà sul ricorso presentato dal capogruppo del Pd al Senato Andrea Marcucci e da altri 36 senatori democratici sulla legge di bilancio: l’accusa è violazione dell’articolo 72 della Costituzione, visto che che i senatori si sono visti recapitare per l’approvazione in fretta e furia un testo che non hanno avuto il tempo di leggere e che non ha ricevuto – a differenza di quanto sempre avvenuto negli ultimi anni – neanche il via libera della commissione Bilancio.

Il ricorso rischia di essere rigettato perché i ricorrenti potrebbero non essere titolati a sollevare conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, ma quello che qui ci preme sottolineare è l’attivismo del gruppo parlamentare del Pd, arrivato dopo proteste in Aula con tanto di tentativo di occupazione dei banchi del governo e lancio di fascicoli. Nonostante la vulgata dell’”opposizione che non c'è”, il gruppo parlamentare del Pd (e sulla legge di bilancio anche quello di Fi) il suo mestiere lo fa. E ci pare anche bene.

In parallelo stiamo assistendo in questi giorni ad una vera e propria sollevazione dei sindaci del centrosinistra, a partire da quello di Palermo Leoluca Orlando, contro alcune norme contenute nel decreto sicurezza voluto da Matteo Salvini che lederebbero i diritti degli stranieri nel nostro Paese. E anche in questo caso l’obiettivo è arrivare al giudizio della Consulta, alla quale stanno per appellarsi direttamente almeno 5 governatori, su una legge che per alcuni aspetti era stata criticata con una lettera formale al governo anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella (possibile violazione dell'articolo 10 della Costituzione e della normativa europea).

Insomma, sembra che il principale partito di opposizione nonché secondo gruppo parlamentare si sia svegliato. E questo è un bene non solo per il Pd ma anche per il Paese, dal momento che un'opposizione vitale è il sale della democrazia.

Ma il Pd si è veramente svegliato? Intanto va sottolineato che lo scontro politico è stato portato a livello istituzionale, con tutta la drammaticità che questo comporta. E non è un caso che la proposta di uno dei candidati alle segreteria dem, Maurizio Martina, di raccogliere le firme per sottoporre a referendum abrogativo il decreto Salvini è stata subito bocciata o volutamente ignorata dagli altri dirigenti dem. Nella consapevolezza che sul tema migranti, almeno fin qui, la maggioranza degli italiani è con il ministro degli Interni.

Il problema del Pd non è tanto che non fa opposizione, come alcuni commentatori forse non del tutto in buona fede ripetono. Il problema del Pd ha due aspetti, entrambi rilevanti. Da una parte c'è il dato di fatto che all’opposizione parlamentare non corrisponde al momento un’opposizione fattiva nel Paese, e non è un problema da poco. Il secondo e non secondario aspetto della crisi del Pd riguarda poi la leadership, annoso tabù del centrosinistra italiano che ha visto di volta in volta i leader più forti (da Prodi a Veltroni allo stesso Renzi) impallinati dal fuoco amico e dalle manovre di altri leader che in questo modo si sono ritagliati la loro fetta di potere o hanno tentato di farlo. E non è un caso che a nove mesi ormai dalla sconfitta elettorale alle politiche il partito ancora non ha un leader riconosciuto come tale e che possa parlare a nome di tutti. Lasciando di fatto l’opposizione all’attività dei gruppi parlamentari e all'iniziativa degli amministratori locali.

Colpa anche di Matteo Renzi, certo, che ha ritardato di qualche settimana le sue dimissioni, annunciate sì ma restate di fatto congelate durante tutta la fase delle consultazioni per la formazione del governo. Ma, una volta fatto il governo, la colpa è stata anche dei suoi avversari interni e aspiranti alla successione che hanno ritardato incomprensibilmente la già di per sé faticosa macchina congressuale. Con il risultato che le primarie aperte che dovranno incoronare il nuovo leader si terranno il 3 marzo prossimo, a più di un anno dalle elezioni. Come si vede, non basta ricorrere alla Consulta.

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