democrazie

Se la politica è mediocre, evitare l’assuefazione

di Montesquieu

(Imagoeconomica)

3' di lettura

Che le democrazie non attraversino un momento sfavillante lo sappiamo noi cittadini italiani e, per nostra magra e forse autolesionistica consolazione, i cittadini di altri Stati democratici. A parecchi di loro, in vari paesi, è capitata la sorte peggiore, quella di non essere più cittadini di paesi democratici. Ai cittadini turchi, drammaticamente, sbattuti in carcere a centinaia per volta, per avere delle opinioni, o per il sospetto che ne avessero; ai venezuelani; ai brasiliani, oramai semidittature, nel migliore dei casi temporanee, di legislatura. Altri sono in bilico, paesi come l'Ungheria, la Polonia, per l'avanzare impetuoso di una intolleranza legislativamente ufficializzata all'esercizio di tanti diritti, grazie alla progressiva concentrazione dei poteri costituzionali.

La separazione dei poteri è garanzia preliminare di una società democratica. A tenere questi ultimi paesi dentro il recinto oramai slabbrato delle democrazie, dove entra di tutto oramai, la sopravvivente reputazione democratica dell'Unione europea; a non denunciare e sanzionare tempestivamente questa deriva, alcuni ritardi e opportunismi della stessa Europa. Il prevalere dell'interesse delle famiglie politiche europee (in questo caso il partito popolare) a superarsi l'un l'altra nelle dimensioni. Le istituzioni democratiche soffrono ovunque quando chi le gestisce (la politica, i partiti) smarrisce la propria funzione originaria, quella di elaborare e proporre agli elettori le proprie piattaforme ideali e programmatiche dentro un ambiente che rispetti il pluralismo delle idee.

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Il fenomeno della personalizzazione dei partiti è oramai diffuso pressoché ovunque, con più naturalezza nei sistemi presidenziali, dove talora i partiti agiscono come comitati elettorali, inattivi nei periodi tra due elezioni; ma anche laddove il parlamento è il centro della galassia istituzionale, come nei sistemi parlamentari.

L'Italia, nelle sperimentazioni istituzionali, ha sempre una posizione preminente: i costituenti hanno disegnato con pochi tratti perfetti forma e sostanza del partito costituzionale, bastava una legge ordinaria per vincolare i partiti ad adeguarsene, soprattutto sotto il profilo del metodo democratico interno. Così non è stato, da parte di partiti che pure su identificavano nella Costituzione; e la mancanza di vincoli e regole interne ha partorito una rilassatezza generale verso il rispetto dell'insieme dei principi costituzionali. Così, fotografando l'oggi, vediamo partiti che non sono più partiti, ma organizzazioni monocratiche a ferrea ed eterna gerarchia interna; camere non più camere, per assenza di funzioni e occupazione delle stesse da parte dei governi; leggi che non sono più leggi, se si ritiene, come sostiene l'articolo 72 della Costituzione, che debbano essere comunque elaborate da parte di organi parlamentari all'interno delle camere. Non solo, ma soprattutto divise in articoli, per essere leggibili e comprensibili, anche dai cittadini tenuti a rispettarle; ma anche per aggirare l'infestante misfatto costituzionale di ammucchiare il tutto in un unico malloppone di norme variopinte, all'insaputa delle camere e dei loro organi, commissioni ed assemblee. Un malloppone da licenziare con semplice un clic di fiducia al governo, fino alla prossima, ogni volta che serva.

Non è finita: elettori non più elettori di parlamentari non più parlamentari. Non più elettori, perché oramai non eleggono quasi più nessuno, tutt'al più ratificano nomine decise altrove che non nelle urne; parlamentari non più parlamentari, perché privati della rappresentanza di chi né li conosce né è da loro conosciuto, perfino territorialmente.

Questo è un ritratto dell'Italia istituzionale di oggi: un ritratto deliberatamente impietoso e brutale nella forma, nell'intento di provocare una qualche reazione, e che invece continua a essere ignorato dai partiti, tutti, che se ne giovano a turno di alternanza. Un po' di umiliazione oggi in cambio di un domani con le mani libere da impicci parlamentari. Ignorato infine dai gruppi parlamentari, succursali esangui dei partiti; dai singoli parlamentari, in debito di autonomia per mancanza di ruolo nella propria elezione, che conoscono l'articolo 67 della Costituzione solo in quanto strumento per cambiare gruppo, in cerca di migliori condizioni. Già centodieci in mezza legislatura. Non per rivendicare un'autonomia che nessuno gli offrirebbe. Una situazione dalla quale si potrebbe uscire solo a opera di chi l’ha provocata, e non ha interesse a farlo. Né stimoli, quali darebbe un po' di senso dello Stato, difficile da reperire.

C'è chi rimuove il problema dando la colpa agli elettori. Facile, tecnicamente sostenibile, se non si considera la povertà disarmante dell'offerta politica. Restano poche armi in mano a chi vota: una possibile, di prospettiva, può essere la capacità di non cedere all'assuefazione a una politica complessivamente inadeguata .Non abituarsi alla mediocrità, non illuminarsi alla punizione di presunti (oggi reali) privilegi, che non serve al bisogno del paese di una rappresentanza all'altezza del ruolo. Per saper riconoscere, domani, qualcosa che meriti davvero la fiducia degli elettori. Di destra, di sinistra, di centro. Astenersi estremisti, di qualsiasi tendenza, e qualunquisti costituzionali.

montesquieu.tn@gmail.com

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