Ambiente e finanza

Se la politica tentenna toccherà al mercato agire in difesa del clima

di Stefano Gatti

(NicoElNino - stock.adobe.com)

4' di lettura

È ormai passata qualche settimana dalla chiusura del vertice Cop-26 di Glasgow e le opinioni sul risultato ottenuto oscillano tra il cauto ottimismo di chi, come John Kerry, sostiene che «the best is the enemy of good» (L’ottimo è nemico del buono o Il meglio è il nemico del bene) e di coloro che, come John Denton, segretario generale della International Chamber of Commerce, affermano che «l’accordo è quasi sicuramente la ragione per non celebrare».

Nei fatti, è indubbio che gli esiti del consesso non siano stati in grado di raggiungere gli obiettivi ambiziosi che da più parti ci si aspettava. Inevitabilmente, a questo punto, c’è da chiedersi se a fronte dell’insuccesso in campo strettamente politico e diplomatico,
siano almeno le forze del mercato a muovere l’economia globale
su un sentiero più stabilmente orientato a una decisa decarbonizzazione del pianeta.

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UN FENOMENO IN CRESCITA
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Tutto sommato, vi sono diversi segnali incoraggianti che fanno sperare in un ruolo disciplinante della finanza e dei mercati creditizi su questo fronte.

Il primo segnale è il crescente stimolo che le banche centrali – con la Bank of England e la Banca centrale europea in prima linea – stanno trasmettendo alle banche affinché esse ridisegnino le proprie politiche creditizie verso una maggiore sensibilità nei confronti del rispetto delle tematiche Esg (Environmental, social, and governance) da parte delle imprese finanziate. La prossima adozione del green asset ratio, degli stress test su temi Esg ed eventualmente l’imposizione di richieste di buffer di capitale addizionale a fronte dell’esposizione a rischi ambientali e climatici non sono affatto poca cosa.

Il secondo segnale confortante è l’aumentata spinta degli investitori verso l’engagement nei confronti delle imprese quotate e la risposta di queste ultime attraverso la creazione di comitati per la sostenibilità – autonomi o come costola del Comitato per il controllo dei rischi – all’interno ai Consigli di amministrazione.

Il terzo fattore, forse il più decisivo dei segnali di cambiamento, è l’adozione di policy Esg da parte degli asset manager, in risposta alle crescenti richieste da parte della propria base di investitori, come bene evidenziato da Marco Onado dalle colonne di questo giornale.

A fronte di questi importanti cambiamenti che danno al mercato finanziario un ruolo trainante nella lotta al cambiamento climatico e al disastro ecologico, la domanda che sorge spontanea è se essi siano o meno sufficienti a bilanciare i risultati nel complesso non decisivi raggiunti al termine di Cop-26.

Per rispondere a questa domanda, un’analisi del comparto degli investimenti infrastrutturali realizzati da veicoli di private equity e private capital può essere un buon angolo di osservazione per comprendere le attitudini degli investitori e degli asset manager.

Secondo Preqin, una società specializzata nel fornire dati su alternative asset, a oggi gli asset under management di fondi di private capital destinati a investimenti in infrastrutture sono poco meno di 800 miliardi di dollari, una cifra davvero rilevante. Di questo importo, gli Esg commitment rappresentano poco più di un misero 30% che non è propriamente una percentuale confortante. Per dare un confronto, la stessa percentuale è ben del 49% nel caso di fondi di private debt.

Ulteriori spunti di riflessione derivano dalla survey annua degli investitori in private infrastructure condotta da Ipe Real Assets su un largo campione di investitori istituzionali concentrati per oltre il 50% della loro allocazione di fondi su infrastrutture core e super core, quindi sulle infrastrutture a maggiore impatto ambientale come il settore power and energy e quello delle utility.

Ebbene, dall’analisi emerge che l’88% dei rispondenti dichiara di avere policy Esg che riguardano gli investimenti infrastrutturali – percentuale in crescita rispetto al 2020 – ma anche che l’81% degli investitori dichiara di non avere fissato alcun net-zero target per i propri investimenti in infrastrutture. Se associamo questo dato a quello tratto da un’altra survey condotta da Preqin da cui si nota che il 62% degli investitori è convinto che un orientamento Esg degli investimenti in infrastrutture non porti a una performance superiore a quella di investimenti non Esg-oriented, le conclusioni sono chiare: la sensibilità al tema c’è, ma non ci sono chiari obiettivi di decarbonizzazione. Inoltre, non sembra che gli investitori attribuiscano giusto valore alla potenziale riduzione dei rischi (e quindi all’aumento del valore degli asset) insito nell’aderire a politiche Esg.

A questo va aggiunto un aspetto di portata più generale.

I recenti casi di politiche di engagement verso grandi realtà aziendali fortemente esposte a temi ambientali – vedi i casi di Exxon e Bhp, giusto per nominarne due tra le più discusse – fanno ragionevolmente ipotizzare che lo stimolo critico degli investitori nei confronti delle imprese quotate possa effettivamente contribuire a una modifica anche importante delle loro strategie. Le performance borsistiche, infatti, sono fortemente influenzabili dall’atteggiamento degli investitori. Ci si deve però chiedere se il disinvestimento di asset non Esg-oriented a favore di veicoli di investimento in private capital non possa contribuire a depotenziare questo meccanismo di condizionamento e disciplina e finire con il lasciare imprese non Esg-oriented nelle mani di soggetti meno incentivati (perché meno controllabili) a perseguire chiare e sostanziali politiche di climate change.

Dobbiamo quindi pensare che anche meccanismi di mercato non siano in grado di contrastrare i cambiamenti climatici? In realtà, fortunatamente, ci sono segnali positivi anche sotto questo aspetto, specie in Europa, l’area mondiale che è destinata a diventare la guida e il traino della lotta ai cambiamenti climatici.

Prima di tutto, nuovamente, i numeri. Nel 2020 in Europa, il 21,3% degli Asset under management per le infrastrutture era Esg-oriented e tale percentuale viene stimata in uno studio di PricewaterhouseCoopers in 40,6% nel 2025. In secondo luogo, oltre l’80% degli investitori indica come obiettivo prioritario dell’investimento in infrastrutture l’orientamento alla decarbonizzazione nella generazione di energia.
Da ultimo, sempre l’80% degli investitori dichiara di avere aumentato o significativamente aumentato il proprio orientamento verso tematiche ambientali, sociali e di governance nel corso degli ultimi 12 mesi.

Quali conclusioni dunque? Ciò che sappiamo è che oggi il mercato degli investitori in infrastrutture non è forse ancora quella forza propulsiva verso la lotta al cambiamento climatico che molti auspicano. Tuttavia nel prossimo futuro, a fronte della sostanziale difficoltà a livello politico di definire accordi globali e robusti sul tema, solo le forze di mercato potranno essere il fattore determinante per un credibile successo contro il disastro ambientale a cui altrimenti andremo inevitabilmente, e in modo scriteriato, incontro.

Antin IP professor of Infrastructure Finance – Università Bocconi

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