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Se la povertà arriva anche in Lombardia

di Aldo Bonomi


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(FOTOGRAMMA)

3' di lettura

Può sembrare un salto ardito da un mio recente «Microcosmo» sul rione Sanità a Napoli alla povertà in Lombardia. Ma povertà, disagio, problemi sociali non sono solo al Sud, ma anche nel grande Nord.

Anche qui la parola recessione induce a riflettere sulle questioni sociali che possono essere affrontate dall’alto, il welfare state, e pure dal basso con forme di comunità operose che si mettono in mezzo con forme di mutualismo e aiuto. La relativa tenuta lombarda nasconde, dietro la media del pollo, una crescente polarizzazione della ricchezza al cui polo negativo stanno 670mila poveri assoluti (Istat 2018) alimentati in modo crescente da tanti rivoli sociali che rinforzano, in una società con poche camere di compensazione, la sensazione sociale di precarietà diffusa, di solitudine di fronte al futuro, di conflitto molecolare tra penultimi e ultimi, tra sommersi e salvati, giù sino ai richiedenti asilo (circa 27mila in Lombardia).

In mezzo a questo malessere diffuso ci sta, tra gli altri, la Caritas, articolata nelle dieci diocesi regionali a cui fa riferimento la rete capillare dei centri di ascolto con una loro inchiesta.

Raccogliendo il punto di vista di 681 operatori che vi prestano attività volontaria emerge un quadro in cui la crisi, oltre ad avere amplificato le distanze sociali tra ricchi e poveri (conseguenza segnalata dal 77% degli intervistati), con i primi sempre meno interessati al destino dei secondi (3,7 il voto medio in merito alla sensibilità dei benestanti nei confronti dei poveri) e con i secondi sempre meno propensi a darsi risposte mutualistiche per rispondere ai bisogni (4,5 il voto medio registrato), ha portato un numero crescente di italiani a chiedere aiuto ai centri di ascolto (secondo l’82% degli operatori), laddove gli stranieri hanno invece spesso praticato l’esodo in Europa in cerca di opportunità.

Dall’osservatorio dei centri di ascolto la crisi non sembra certo conclusa: si ritiene che il disagio sociale sia in aumento un po’ ovunque (76,1%) mentre i segnali di ripresa pare che qui non siano mai arrivati (per il 15,2%) via, via, che ci si allontana dal cerchio magico della Milano eccellente tanto raccontata.

A connotare il disagio sociale sono duri elementi materiali: impoverimento delle famiglie (secondo l’87,6% del campione) e precarietà lavorativa (80,7%). Problemi che poi, spiegano gli operatori, innescano crisi famigliari (47,7%), amplificano situazioni di solitudine (45,4%), anticamera del disagio psicologico (27%), spingono tanti a giocarsi la dignità residua con il gioco d’azzardo (34%).

Ognuno cerca di cavarsela da sé, parrebbe, con poca o nulla fiducia nell’azione delle istituzioni pubbliche (per il 51% del campione la poca fiducia nelle istituzioni è causa del malessere sociale) ma anche, dicono sempre gli operatori, per la mancanza di ambiti sociali informali di mediazione e di inclusione (5 il voto attribuito alla situazione attuale) che rende più difficile dare risposte efficaci (7,6 il voto attribuito a questo tema) anche da parte di soggetti strutturati come Caritas.

Il problema, come ci ricordano gli operatori dei centri di ascolto, sta nella diminuita sensibilità delle persone nel prendersi cura dell’altro in difficoltà (indifferenza ancora prima che rancore), nel declino di autorevolezza di figure del welfare state come gli insegnanti (voto 5,5) o i medici di base (voto 5). Si cerca di dare risposte, di aiutare, di accogliere, tanto che le Caritas della Lombardia hanno deciso di non allontanare dai centri di accoglienza che gestiscono i 500 migranti richiedenti asilo che ne perderanno diritto.

Gli ospiti rimarranno nei Centri a totale carico degli organi ecclesiastici continuando, sempre a proprie spese, i percorsi di integrazione avviati: corsi professionali, tirocini in azienda.

Piccole storie fragili di un mettersi in mezzo a questioni grandi: povertà, disagi, migrazioni, welfare state, welfare aziendale. Rimettendo in mezzo un po’ di fiducia che, sarà bene ricordare, a differenza di tutte le altre “merci” più la si scambia, più la si “usa”, più aumenta.

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