Interventi

Se questa è l’Europa

di Paolo Liberati* e Massimo Paradiso**

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4' di lettura

Non c'è da stupirsi. Il Consiglio Europeo non si è smentito. Non ancora almeno. La chiusura nei riguardi dei corona-bond, per loro natura emergenziali, da parte della Germania e delle appendici nord europee, Olanda in testa, è in linea col passato e scommette sulla futura conservazione e amplificazione dei rapporti di forza economica e politica in un'Europa che sono due. E che ora più che mai sembra avviarsi alla prospettata Europa dei forti e dei deboli, ciascuna con il suo Euro, da tempo sostenuta nei circoli accademici e politici tedeschi. Il feticcio dell'inflazione era e rimane anche al tempo dell'epidemia l'unica preoccupazione di una Germania che così vuole preservare il vantaggioso per sé, ed esiziale per gli altri, surplus commerciale, in passato sommessamente stigmatizzato da Draghi. E al quale surplus comunque l'Italia contribuisce poco con le sue importazioni facendone il Paese meno profittevole per i tedeschi. Il che induce a pensare.
Mentre la tragedia sanitaria ed economica in atto attende che la pandemia rallenti, lo shock produttivo fa di questa crisi un caso senza confronti. Certamente non confrontabile con la crisi del 2008. Che fu di natura finanziaria e fu affrontata, non senza limiti, con la stessa politica monetaria messa in campo oggi. Prima debolmente, poi con maggiore forza, ma con l'evidente intento di farne lo strumento prevalente per curare mali nuovi con politiche vecchie. E la ragione è sempre nella preferenza per interventi monetari che iniettando liquidità attraverso il sistema bancario alimentino la domanda aggregata, incidendo moderatamente sul tasso di inflazione, che in Europa rimane ancora al di sotto dell'obiettivo del 2 percento. In questa crisi è però l'offerta ad aver subito un crollo immediato e radicale, dunque occorre intervenire anche con la politica fiscale ricorrendo all'azione dello Stato e al debito. Ma ancora una volta il timore è che questo intervento pur necessario, possa condurre, specialmente nel caso di Paesi del sud Europa (Francia non propriamente esclusa) già fortemente indebitati ed economicamente più fragili, ad un incremento dei tassi di interesse e dell'inflazione. Così come avvenne nella crisi economica degli anni settanta del novecento. Ed allora per evitare che questo accada si dovrebbe ricorrere alla monetizzazione degli interventi a debito. Cioè i disavanzi pubblici, per non produrre inflazione, dovrebbero essere monetizzati dalle banche centrali, così come da tempo sta facendo il Giappone con la sua Banca centrale. Il che non è però nelle intenzioni della banca centrale europea.
Ma neanche gli interventi sull'economia reale sono al momento adeguati a fronteggiare la corrente crisi di produzione. Liberare gli aiuti di stato, sospendere il Patto di stabilità o applicare il MES sono infatti misure capestro per Stato già fortemente indebitati, che per necessità, dovrebbero indebitarsi ulteriormente in attesa che sia loro presentato il conto in un futuro molto prossimo, al prezzo di condizioni non diverse da quelle poste a suo tempo alla Grecia. Lasciare che lo spread si anestetizzi nell'emergenza, per poi risvegliarlo alla resa dei conti (pubblici).
A meno di non emettere bond europei. Ovviamente rifiutati da chi paventa effetti inflattivi dal debito altrui mentre può indebitarsi senza troppi rischi, anche ricorrendo ad illusioni contabili. Come nel caso della Germania, che oltre ad aver previsto una manovra in deficit per 156 miliardi ha già messo in campo altri 500 miliardi veicolati dalla KfW, la banca statale che si finanzia largamente con emissioni obbligazionarie ed il cui debito artificiosamente non rientra nel calcolo del debito pubblico. Per tutti gli altri Paesi nulla o il capestro.
Non si tratta quindi di sospendere le regole, o di trovare delle fessure nella fortezza contabile europea dalle quali far filtrare un po' di luce. Se l'Europa si limitasse a questa prospettiva, segnerebbe la sua fine politica. Senza dubbio la fine della sua funzione sociale. Con imprevedibili conseguenze politiche interne ai singoli Stati. Forze antieuropeiste hanno già manifestato una certa vitalità in molti Paesi; con questa Europa dei forti a fornire inaspettato alimento. Una strategia miope, dunque, che prescinde dalla durata della pandemia. E che richiede una ristrutturazione delle regole. Quanto accaduto finora è già sufficiente per sconvolgere i bilanci pubblici dei Paesi più colpiti. L'Europa sembra non avere contezza – o ce l'ha e la ignora – che è necessario intervenire immediatamente e largamente sulla spesa sociale, riorganizzando e aumentando le dotazioni dei sistemi sanitari, approntando risorse aggiuntive per la protezione sociale, in primis a supporto del lavoro che pagherà un prezzo altissimo specialmente nella piccola e media impresa. Interventi che dovranno farsi strutturali per resistere ad altre crisi sanitarie, e allo stesso corona virus almeno fino a quando non si sarà trovata una cura o un vaccino.
Un obiettivo che i Paesi europei più deboli non potranno sostenere a regime in assenza di garanzie sovranazionali e ancor meno se sottoposti alle condizioni capestro del Mes. Procedere in questa direzione vorrà dire abbandonare questi i Paesi al loro destino, trascurando il fatto che il contagio sanitario e quello economico potranno trasmettersi anche ai Paesi che hanno creduto nel breve periodo di mettersi cinicamente in salvo. Che potranno fare a meno dell'Italia prima, della Spagna poi, della Francia forse. Così gli inglesi avranno avuto ancora una volta ragione. Se questa è l'Europa, il post-pandemia è un futuro fosco. Anche perché occorrerà avere cura che certi comportamenti miopi e cinici non si diffondano con la stessa rapidità non solo tra gli Stati ma anche tra le regioni degli stati. Nella storia, l'indebolimento del principio di solidarietà si dimostra altrettanto contagioso di un virus; rinunciando a questo principio in Europa, c'è il rischio che la pratica del “ciascun per sé” si estenda ai dualismi interni agli Stati nazionali. Ma essere il Nord del Sud non servirà più a molto.

*Università di Roma Tre
** Università di Bari

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