Scuola / 2

Se le risorse pubbliche accentuano gli squilibri anziché porvi rimedio

di Giovanna De Minico

3' di lettura

Il governo ha recentemente annunciato con un comunicato stampa nuovi bandi per la realizzazione di scuole di ogni ordine e grado, incluse palestre e mense. Il messaggio è che si prende sul serio il futuro dei nostri ragazzi, sia da un punto di vista educativo che di svago. Vedremo i bandi. Intanto, il comunicato è abbastanza dettagliato da consentire una prima valutazione.

Il bando di agosto apriva il processo di infrastrutturazione con le risorse destinate agli asili nido. Tra i criteri figurava l’autofinanziamento, che ha finito per premiare i comuni ricchi. Così i bambini di Milano avranno gli asili, negati a quelli di Venafro, in Molise, non perché Venafro già li avesse, ma perché aveva cofinanziato con 3mila euro contro i 3 milioni di Milano.

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Questo errore nel disegnare la legge del concorso tra i comuni nell’edilizia scolastica non ha inquinato i nuovi bandi, che invece si atterranno ai criteri dell’indice demografico e della situazione materiale di partenza: quindi a un maggior bisogno dovranno corrispondere maggiori strutture. Ma qui emerge una contraddizione: il 40% andrà al Sud e il 60% al Nord. Allora il bisogno è sì un criterio, ma non ha forza prevalente, bensì recessiva rispetto all’indice demografico. Sarebbe intuitivo sospettare che se si fanno meno figli al Sud, ciò dipende anche dal fatto che le famiglie, già scarsamente attrezzate di per sé, sono meno aiutate nei servizi pubblici. Questa semplice riflessione non ha però illuminato chi ha scritto i bandi in emanazione.

Inoltre, la generosità di Bruxelles nell’assegnare risorse all’Italia è dovuta al fatto che il nostro Paese ha più squilibri generazionali, di genere e territoriali da colmare. Ne consegue che il criterio di riparto deve obbedire a questa logica riparatrice e, invece di accentuare uno squilibrio, lo deve ridurre con misure asimmetriche in bonam partem: raffreddare – o almeno non accelerare ulteriormente – la corsa di chi è avanti e affrettare il cammino di chi è indietro fino a quando non saranno allineati.
Il mantra della politica sulla distribuzione territoriale dei fondi è la proporzione 40/60 tra Sud e Nord. Anche a non voler ricordare le critiche sulla credibilità dei numeri, forse meritava di essere scritta negli opposti termini.

Infine, una terza osservazione. Non basta avere i soldi per conseguire un obiettivo, bisogna avere la capacità di spendere presto e bene il danaro ricevuto. È chiaro a tutti che anche su questo terreno il Sud arranca. Quante amministrazioni meridionali sapranno o potranno strutturare centri di progettazione e di spesa virtuosamente operosi? Qui lo Stato deve essere pronto ad affiancare in specie i comuni con tecnici che aiutino a misurarsi efficacemente con progetti e bandi. Altrimenti succederà – come già con il bando di agosto – che le realtà più forti e in grado di organizzarsi assorbiranno le risorse in ipotesi volte a ridurre i divari, destinati invece ad aumentare. Bisogna evitare di aprire una guerra tra poveri, oscillando da una filosofia punitiva a una da capponi di Renzo.

Non credo che i tempi siano maturi per un federalismo competitivo, ammesso che un modello di competizione tra territori sia compatibile con la Repubblica una e indivisibile che la Costituzione vuole. Dati i dislivelli tra cittadini al momento incolmabili, il solo modello accettabile è un federalismo solidaristico. Pertanto, i soldi non devono slittare dai meno capaci ai più attrezzati in ingegno e professionalità, ma si deve rendere capace chi da solo non è in grado di scrivere un progetto, partecipare a un bando, spendere nei modi e nei tempi dovuti. Diversamente, la prossima crisi ci troverà ancora una volta impreparati, evento che le risorse europee intenderebbero proprio evitare. Per far funzionare i vasi comunicanti delle attitudini e delle competenze non credo però che occorra creare l’ennesima diligenza pubblica, che difficilmente si sottrarrebbe a feroci appetiti e assalti clientelari. Penso piuttosto all’opportunità di avvalersi di strutture statali, rimanendo coerenti con il principio di sussidiarietà verticale con la sostituzione dell’ente inadempiente o incapiente, se necessario.

Non è la cornice costituzionale a mancare, piuttosto una adeguata attenzione del nostro decisore politico a ricondurre il piano nazionale entro il suo legittimo perimetro politico-istituzionale. Ma se veramente vogliamo attuare la Repubblica una e indivisibile, lo Stato deve trattare i suo figli tutti allo stesso modo: altra via non vedo.

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