Interventi

Se il rispetto delle clausole Iva deprime gli investimenti pubblici

di Gustavo Piga


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(Comugnero Silvana - Fotolia)

4' di lettura

Le clausole di salvaguardia che prevedono un aumento dell’Iva nel caso in cui non siano raggiunti gli obiettivi di finanza pubblica negoziati con Bruxelles sono senza dubbio responsabili della perdurante crisi dell’economia italiana. Ma come è possibile che possano causare tanto nocumento, senza neppure essere mai state attivate?

Per due ordini di motivi. In primo luogo perché, per evitarle, i nostri politici sono stati obbligati a cercare periodicamente un aggiustamento restrittivo che ne compensasse l’assenza. E, dicono i dati, tale rimpiazzo è stato spesso il più semplice da trovare e al contempo il più dannoso da attivare: la riduzione degli investimenti pubblici, la componente di bilancio con il più alto moltiplicatore di reddito e occupazione, specie in tempi di crisi. Fatta 100 la base pre-crisi del 2008, oggi si attestano a 40. Rimandare l’avvio delle spese per investimenti pubblici stanziati è il modo più comodo e discreto per soddisfare i requisiti europei, a scapito delle future generazioni e della ripresa della produttività del nostro settore privato.

Il secondo motivo è che in presenza di clausole di salvaguardia, disinnescate o meno, il settore privato non ha mai voluto investire quanto avrebbe potuto: troppo forte il timore di un aumento improvviso della tassazione in futuro che avrebbe depresso la domanda dei propri clienti e dunque reso poco redditizi gli investimenti stessi.

Certo, il lettore più attento potrebbe far rimarcare come in realtà le clausole di salvaguardia siano figlie degli obblighi del fallimentare Fiscal compact che dal 2011 non ha permesso al Paese che più ne aveva bisogno, l’Italia, di usare una politica fiscale espansiva (in investimenti pubblici, appunto) per aumentare il Pil e ridurre il rapporto debito-Pil, generando crescita e stabilità. Oggi, con anni di clausole di salvaguardia alle spalle e svariati piani di rientro verso il bilancio in pareggio ci ritroviamo in recessione con un debito sul Pil di 20 punti percentuali più alto di quanto non lo fosse all’avvio del Fiscal compact.

Che futuro auspicare per queste clausole? Un europeista dovrebbe sperare che dal voto di maggio non emerga un vero vincitore: se i sovranisti dominassero sarebbe naturale assistere alla messa in pensione del progetto continentale; ma anche se prevalessero i fautori della continuazione del Fiscal compact ci vedremmo obbligati a rinunciare a qualsiasi tipo di progetto in comune, per il perseverare sadomasochista di politiche fiscali restrittive e recessive che renderebbe insostenibile la permanenza di Paesi importanti come il nostro all’interno dell’Unione monetaria.

Un Parlamento europeo composto da due grandi blocchi di pari importanza permetterebbe invece di ottenere un qualche spazio fiscale in più rispetto a quello odierno, probabilmente limitandolo comunque a un deficit sul Pil massimo pari al 3% per cento. In questo scenario, che fare delle clausole di salvaguardia per il biennio 2020-’21? Tre sono le opzioni percorribili, supponendo, con una sana dose di realismo, che le cifre stanziate per reddito di cittadinanza e quota 100 non siano modificabili.

1 La clausole sono confermate e l’aumento di Iva realizzato. Realisticamente il deficit sul Pil si terrebbe al di sotto del 3%, ma l’economia italiana, aggiungendo una nuova crisi di domanda su di un organismo già indebolito dalla performance del 2019, conoscerebbe una crescita rilevante del debito sul Pil a livelli insostenibili, a causa del crollo del Pil stesso.

2 Le clausole Iva sono cancellate e il deficit pubblico sul Pil sale attorno al 3,5%. L’inevitabile richiesta che verrebbe dall’Europa, comunque meno rigorosa di quella odierna, di riportare il deficit al 3% vedrebbe il solito agnello sacrificale: la riduzione degli investimenti pubblici. Siccome questi ultimi hanno un moltiplicatore ben più alto di quello della minore Iva, di nuovo la nostra economia si incarterebbe e con essa l’Europa.

3 Aumentare l’Iva, ma non lasciare il deficit al 2-2,5% come nella prima opzione, bensì portarlo al suo limite massimo consentito, il 3%, aumentando (e non diminuendo!) gli investimenti pubblici dallo 0,5% all’1% di Pil. Se poi a questi stanziamenti e cantieri avviati si potessero aggiungere risorse derivanti da una spending review che tagli gli sprechi nella spesa corrente e magari riduca in parte i fondi stanziati per quota 100 e reddito di cittadinanza, sempre da orientare agli investimenti, l’effetto moltiplicativo virtuoso sul Pil e l’occupazione sarebbe rafforzato e l’Europa unita salvata.

Se è dunque la non attivazione delle clausole che ha bloccato il Paese in questi anni, generando sfiducia negli imprenditori e tagli di spesa in conto capitale da parte del settore pubblico, paradossalmente sono l’aumento di Iva e l’eliminazione di questa spada di Damocle sul nostro futuro, combinati a un riacquisto di spazi preziosi per la domanda pubblica di investimenti, che ci potranno salvare.

Non c’è dubbio che per fare tutto ciò bisognerebbe sperare di mettere in soffitta il padre delle clausole di salvaguardia, cioè il Fiscal compact, come ha chiesto anche il ministro Tria. È possibile che questo spetti agli elettori europei, nella speranza che ridisegnino un Parlamento capace di tenere conto sia delle esigenze nazionali e di attenzione ai territori degli Stati membri, sia delle aspirazioni a continuare, magari più lentamente ma anche su basi più solide, la costruzione progressiva della casa europea.

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