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Se si va oltre la performance per definire l’universo investibile

di Marco Giorgino


4' di lettura

Il fenomeno del Socially responsible investing ha assunto dimensioni importanti nel panorama dei mercati e delle istituzioni finanziarie. Quello che una volta era limitato ad aree marginali oggi è parte del mainstream dei processi di asset allocation, anche dei più grandi investitori istituzionali. Già nel 2014 nel mondo circa un terzo degli asset in gestione (per un valore di 21.400 miliardi di dollari, fonte Gsia) è risultato legato a criteri di selezione Sri: l’Europa su questo primeggia, non altrettanto l’Italia.

Credo sia importante segnalare come tale evoluzione non sia da rimarcare solo sotto l’aspetto dimensionale. Ma lo sia anche sotto l’aspetto qualitativo. Criteri di selezione di titoli basati sulla mera esclusione dall’universo investibile secondo elementi formali, magari per l’appartenenza settoriale o per il mero rispetto di norme (ad esempio di tipo ambientale), si evolvono e aprono il campo a criteri di analisi e di verifica più sostanziali su come le imprese si posizionano in relazione a fattori diversi rispetto alla performance, ma che ad essa possono contribuire con effetti positivi. É evidente che la sostenibilità nel medio e lungo termine non può che dipendere da una dimensione, innanzitutto, economica e finanziaria. Nessuna impresa, infatti, si potrà sviluppare se non sarà in grado di generare rendimenti sul capitale in grado di remunerarne il costo. Ma il principio che si vuole affermare è che la sostenibilità non può avere solo una valenza economica e finanziaria.

La sostenibilità delle imprese è correlata anche a quei fattori che, nell’ampio universo Sri, rientrano nel mondo Esg (Environmental, social and governance), attraverso i quali gli investitori istituzionali, in particolare quelli con una funzione di utilità orientata al medio e lungo termine, fanno screening dell’universo investibile.

Perché si possa sviluppare un sempre maggiore utilizzo di questi parametri è, tuttavia, necessario che, da un lato, crescano la disponibilità e, soprattutto, la misurabilità di dati e informazioni funzionali a questo tipo di valutazione e che, dall’altro, vi siano la consapevolezza e l’interesse ad approfondire tali tipi di analisi. Con riferimento al primo punto, non si può non considerare l’importanza dell’entrata in vigore della nuova normativa sulla comunicazione di informazioni di carattere non finanziario «da parte di talune imprese e di taluni gruppi di grandi dimensioni» (decreto legislativo 254/2016), che obbliga a comunicare al mercato su temi di impatto ambientale, sociali e di governance. Questo favorisce la diffusione di questo tipo di informazioni, responsabilizzando le imprese su come la propria attività e le proprie decisioni si posizionano rispetto a queste aree. Con riferimento al secondo punto, è opportuno che gli investitori incorporino ancor di più queste valutazioni nei propri processi di investimento. In tal senso, non si può sottovalutare che l’uso dei parametri Esg, soprattutto quello alimentato da analisi interne, genera un’attività di screening che, se fatta in profondità, può risultare costosa e meno efficiente, a parità di risultati attesi. Allo stesso tempo, non si può trascurare, di rimando, che i criteri Esg possono essere un efficace mitigant per il rischio di downside. In tal senso, il trade-off tra costo e beneficio dell’analisi può avere diversi punti di equilibrio.

Non v’è dubbio che, in questi ultimi anni, anche nel nostro Paese, sia i regolatori sia il mercato e gli investitori abbiano spinto le imprese a rafforzare in particolare la struttura - e con essa la disclosure - della governance. Basti pensare al ruolo di Borsa Italiana con le numerose revisioni del Codice di Autodisciplina o a quello di Assogestioni con l’attività continua nel promuovere la cultura della governance presso i propri operatori e, attraverso di questi, nelle società quotate.

Alcune ricerche, anche condotte dal Politecnico di Milano su campioni diversi di imprese su un orizzonte pluriennale, dimostrano che governance, sostenibilità e performance sono correlati in modo positivo. Possono, quindi, formare un circolo virtuoso a beneficio del controllo del rischio e della creazione di valore nel tempo. Voglio richiamare come, agli organi di governo societario delle società quotate, proprio il Codice di Autodisciplina segnali la necessità di includere nelle proprie valutazioni tutti i rischi che possono avere effetti sulla sostenibilità di medio e lungo termine, così come, in coerenza con questo, lo stesso Codice ricorda la necessità che la struttura delle remunerazioni, del management e della componente esecutiva del board, favorisca anch’essa la sostenibilità nel tempo.

Valutare la governance delle società quotate rispetto alle esigenze di business sarà sempre più necessario. Così come, più in generale, l’intera area dei parametri Esg. Questo non deve essere considerato un vincolo che limita, bensì uno strumento che integra e potenzia l’attività di investimento affinché sia sostenibile nel tempo. Come l’esperienza di altri Paesi dove il fenomeno è più sviluppato dimostra, le analisi Sri ed Esg non significano perdere opportunità di rendimento, bensì rappresentano uno strumento per ottimizzare i profili di rischio e rendimento degli investimenti affinché siano sostenibili nel tempo.

*L'autore è professore di Finanza e Risk management
al Politecnico di Milano

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