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L’influsso della Chiesa sull’individualismo contemporaneo

Il ruolo delle strutture familiari nell’evoluzione della nostra psicologia

di Vittorio Pelligra

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(© stefano lunardi)

7' di lettura

La parola “weird” significa, in inglese, “strano”; ma è anche l’acronimo di Occidentali, Istruiti, Industrializzati, Ricchi e Democratici (Western, Educated, Industrialized, Rich and Democratic). Siamo noi, gli “strani”. Gli italiani, i tedeschi, gli americani, gli inglesi, gli spagnoli e gli australiani, e poi tutti quegli altri - ma poi non così “altri” – proprio perché accomunati, appunto, da una storia, da una struttura sociale, da un sistema economico e politico, in fondo, molto simile.

Non ci sarebbe niente di strano in questo, se non fosse che gran parte della nostra visione del mondo si è plasmata sulla base di queste caratteristiche e sull’assunzione che queste siano universali. Questo ha favorito, naturalmente, lo svilupparsi di un f orte etnocentrismo – un atteggiamento in virtù del quale proiettiamo sugli altri la nostra stessa natura – che ha coinvolto non solo l’evoluzione culturale delle nostre società, ma anche, e qui sta l’aspetto più nuovo ed interessante, più in profondità la nostra stessa psicologia.

Nel mondo i weird sono pochi, una minoranza, e davvero “strani”. Siamo, per esempio, come ormai documentato da decine di studi, più individualisti, indipendenti dagli altri, analitici nel ragionamento, più generosi e fiduciosi nei confronti degli estranei, della media della popolazione mondiale. Allo stesso tempo siamo anche meno conformisti, obbedienti, fedeli e nepotisti.

Da una parte, la “scoperta” dei weird ha portato a una comprensione più profonda della diversità, delle ragioni dei conflitti, delle diverse visioni del mondo, della storia e del futuro; ad interrogarci più sinceramente sull’universalità del nostro essere, dei nostri valori e delle nostre priorità; dall’altra, però, scoprire di essere così insospettabilmente differenti dalla maggior parte degli altri abitanti del Mondo, fa nascere importanti domande sull’origine di questa diversità.

Perché e come siamo diventati così? Cosa ci ha fatti divergere, nella nostra storia culturale e nella nostra struttura psicologica, dal resto dell’umanità?

Iniziano in questi anni ad arrivare le prime risposte. Antropologi, neuroscienziati ed economisti, più attivamente di tutti, hanno scovato e misurato le differenze culturali e l’impatto di queste sui nostri comportamenti e sulla storia delle nostre comunità.

Ora si inizia a cercare di dare ragione di queste differenze unendo gli sforzi e lo strumentario di discipline tra loro anche molto differenti, come, per esempio, la psicologia e la storia. Un primo dato interessante che sta emergendo da queste ricerche è relativo al ruolo della religione nel dar forma a pratiche sociali, norme, istituzioni economiche e atteggiamenti psicologici.

Abbiamo molti dati, oggi, per esempio, su come la presenza delle missioni cristiane in Cina, Sud America e Africa, abbia influenzato i processi formativi ed educativi, ma anche lo sviluppo e la prosperità economica di particolari regioni di quelle aree (per es. Valencia Caicedo, F., 2018. “The mission: Human capital transmission, economic persistence, and culture in South America”, Quarterly Journal of Economics 134, 507–556).

Ma le influenze possono essere anche più profonde e svilupparsi attraverso canali inattesi. Uno di questi è il matrimonio e il suo ruolo nel favorire una struttura sociale che ha, nei secoli, profondamente influenzato la nostra psicologia e ci ha fatto diventare ciò che siamo: strani (weird).

E anche in questo caso la religione gioca un ruolo fondamentale.
Il primo tassello di questa storia ha a che fare con l’evidenza antropologica secondo cui le relazioni di parentela rappresentano, nella nostra storia evolutiva, la prima e più fondamentale istituzione attraverso la quale abbiamo organizzato la vita in comune.

Queste istituzioni regolano i comportamenti e le scelte attraverso le norme, i vincoli, i divieti e i privilegi che impongono e attribuiscono ai vari membri. Le relazioni di parentela influenzano, attraverso gli usi matrimoniali, le abitudini residenziali e le regole delle alleanze, la nascita e il funzionamento delle reti sociali le quali, a loro volta, determinano gli incentivi e disincentivi che plasmano i nostri comportamenti: la reputazione, l’onore, lo status, la gratitudine, il sospetto e l’ostracismo, solo per fare qualche esempio.

Con il diffondersi dell’agricoltura, circa 12 mila anni fa, nacque l’esigenza di creare e mantenere reti sociali di grandi dimensioni, ma dense e strettamente interconnesse, capaci, da una parte di difendere i territori coltivabili e, dall’altra, di sfruttare le economie di scala dei processi agricoli.

Tra gli effetti collaterali della nascita di questi network parentali allargati, che prenderanno, nelle società premoderne, la forma di tribù, clan o di parentadi, ci fu lo sviluppo di norme sociali che prescrivevano la lealtà, l’obbedienza, la deferenza verso gli anziani e la solidarietà.

La seconda parte di questa storia racconta di come la nostra psicologia, le emozioni e le motivazioni co-evolvano assieme all’ambiente sociale nel quale ci muoviamo. In un ambiente fortemente interconnesso e socialmente denso vengono scoraggiati tratti come l’individualismo e l’indipendenza, l’originalità e il ragionamento critico a favore della lealtà e della adesione al gruppo.

Allo stesso tempo, queste istituzioni tendono a ridurre o a rendere meno necessari principi morali universalistici, come l’imparzialità, la fiducia, l’equità, specialmente verso i non-appartenenti al gruppo.

Il terzo elemento di questo trittico è di natura storica ed è relativo all’impatto che le religioni, in particolare quelle che incorporano codici morali universalizzanti, hanno avuto sulla struttura delle relazioni familiari, favorendo, attraverso norme e precetti, credenze e tradizioni, certe forme di matrimonio invece che altre: dalle unioni tra parenti stretti, perfino tra fratelli e sorelle, accettate e benedette dai Zoroastriani, alla poligamia moderata dell’Islam (monoandrica poliginica), che consente anche il matrimonio tra cugini, fino alla proibizioni di legami tra consanguinei promossa e sostenuta dalla Chiesa Cattolica, fin dalle sue prime formalizzazioni istituzionali e in particolare dal medioevo.

In questo periodo la Chiesa iniziò a scoraggiare pratiche legate alla creazione di famiglie allargate, al concubinaggio, al divorzio, alle unioni tra consanguinei e anche i matrimoni combinati (Greif, A. 2006. “Family Structure, Institutions, and Growth: The Origins and Implications of Western Corporations.” American Economic Review, 96: 308-312).

Dei 17 concili che si tennero nel VI secolo, ben 13 discussero prescrizioni e norme per combattere l’incesto. In virtù di queste prescrizioni, intorno al 1500, in gran parte d’Europa vigeva già un’unica forma di unione sponsale fondata sulla monogamia, la famiglia nucleare e la discendenza bilaterale.

Sulla base di queste tre osservazioni generali è possibile costruire una ipotesi in virtù della quale una maggiore esposizione ai precetti della Chiesa Cattolica o, il che è equivalente da questo punto di vista, a strutture parentali meno strette, porterebbe allo svilupparsi di tratti psicologici peculiari, orientati, da una parte ad un maggiore individualismo e anticonformismo e, dall’altra, ad una pro-socialità impersonale, non legata all’appartenenza di gruppo.

Jonathan Schulz, Duman Bahrami-Rad, Jonathan Beauchamp e Joseph Henrich, hanno appena pubblicato dei risultati che sembrano sostenere empiricamente questa ipotesi (“The Church, intensive kinship, and global psychological variation”, Science 8 Nov 2019).

Utilizzando un’enorme mole di dati sulla diffusione e la durata dell’influenza culturale della Chiesa Cattolica in ogni continente e in 440 regioni europee, sulla natura e l’intensità delle relazioni familiari per i principali gruppi etnolinguistici al mondo e sulle propensioni psicologiche relative a decine di tratti – dall’individualismo all’obbedienza, dalla cooperazione all’equità – sono riusciti a testare le previsioni della teoria.

Il primo risultato fa riferimento ad una correlazione positiva tra durata della presenza della Chiesa Cattolica in una certa regione e la maggiore incidenza, nella popolazione del luogo, di tratti quali l’indipendenza, l’individualismo e la pro-socialità impersonale e, allo stesso tempo, minori livelli di conformismo e obbedienza.

Il secondo risultato riguarda la relazione inversa tra gli stessi tratti psicologici e l’intensità delle relazioni parentali. Il terzo dato ci dice, poi, che quelle regioni che nella loro storia hanno sperimentato un periodo maggiore di presenza attiva della Chiesa, sono caratterizzate da livelli inferiori di intensità parentale e da un tasso minore di matrimoni tra consanguinei.

In un’ulteriore fase dello studio, per ridurre al massimo gli effetti di possibili variabili esterne, gli autori concentrano la loro attenzione solo sulle regioni europee. Ed anche a questo livello di analisi i dati portano a confermare le ipotesi.

I dati relativi all’Italia, poi, sono particolarmente interessanti. L’incidenza storica dei matrimoni tra cugini è fortemente e inversamente correlata con le donazioni di sangue, un gesto tipicamente associato al dono tra sconosciuti, esempio di altruismo impersonale. Quantitativamente, al raddoppiare della frequenza dei matrimoni si riduce di un terzo la quantità media di sangue donato.

I matrimoni tra cugini sono anche inversamente correlati con varie misure di fiducia impersonale, tra cui l’uso della carta di credito al posto del contante e la quota di ricchezza investita rispetto a quella detenuta in forma liquida.

Nella regione italiana con il maggior numero di matrimoni tra cugini la percentuale media della ricchezza detenuta in contanti è pari al 40%, mentre nella regione dove i matrimoni tra cugini sono più rari, la percentuale è del 15%.

Il terzo livello di analisi, dopo le nazioni e le regioni europee, riguarda gli immigrati di seconda generazione, persone, cioè, che vivono in un dato contesto ma che hanno radici culturali differenti da quelle del contesto in cui vivono.

In questo caso si possono mettere in relazione le influenze della Chiesa nelle regioni di origine dei genitori con i loro tratti psicologici, per studiare l’influenza della trasmissione intergenerazionale degli stessi, da genitori a figli, escludendo, contemporaneamente, tutti gli altri fattori ambientali e culturali.

Anche in questo caso, persone le cui madri vengono da paesi a minore intensità parentale e a maggiore esposizione all’influenza della Chiesa, mostrano oggi minore conformismo e obbedienza e maggiore fiducia impersonale e senso di giustizia.

Come scrive David Nooan su “Scientific American”, forse non piacerà molto agli “anticonformisti-liberi-pensatori che sfidano felicemente le convenzioni sociali oggi a New York, Parigi o Sydney (…) scoprire che all’origine dell’individualismo contemporaneo troviamo la potente influenza che la Chiesa Cattolica ha esercitato in Europa più di mille anni fa”, eppure i dati sembrano puntare proprio in questa direzione.

L’importanza di studi come questo risiede primariamente nella possibilità di combinare dati empirici di natura antropologia, storica e psicologica per produrre una quadro unitario all’interno del quale leggere fenomeni complessi, sul piano istituzionale e individuale; in secondo luogo, perché i tratti psicologici analizzati impattano fortemente su fenomeni molto più ampi come il funzionamento delle istituzioni formali, il livello di innovatività del sistema sociale e la capacità di crescita economica.

Sappiamo anche che un pensiero critico e analitico, uno dei tratti psicologici correlati con la presenza storica della Chiesa, porta ad un maggiore supporto di politiche sociali liberali, mentre uno più olistico è associato ad un atteggiamento più conservatore. Differenti tratti psicologici determinano differenti visioni del mondo e diverse modalità di abitarlo insieme agli altri.

Capire a fondo la radice di queste differenze, non solo oggi è possibile, ma è sempre più necessario. Le complessità che affrontiamo, l’interconnessione e l’interdipendenza globale che viviamo devono essere comprese e valorizzate positivamente se vogliamo essere in grado di affrontare e risolvere, insieme, le sfide globali che l’umanità fronteggia: dai conflitti alle disuguaglianze, dall’ambiente alla sostenibilità demografica. Stiamo scoprendo che essere un po’ “strani” (weird), in questo senso, aiuta.

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