l’analisi

Se lo spread sale cresce anche il costo delle promesse elettorali

di Dino Pesole

3' di lettura

Lo spread che infrange la soglia dei 200 punti base è un segnale da non sottovalutare. Se il costo di finanziamento del nostro debito pubblico continuasse a lievitare, si supererebbe il tetto dei 63,5 miliardi di spesa per interessi fissato dal Def, con conseguenze immediate per i nostri conti pubblici.

Occorrerebbe farvi fronte a partire dalla prossima manovra di bilancio, se non prima, con il conseguente, inevitabile congelamento e rinvio a tempi migliori di buona parte delle promesse elettorali, puntualmente ribadite nel cosiddetto “contratto di governo”.

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Qual è la soglia di allarme? Nel caso in cui – stima l'Ufficio Parlamentare di Bilancio – si verificasse uno shock di 100 punti base su tutta la curva dei rendimenti (a partire da gennaio 2018 e per tutto il periodo di previsione del Def, quindi fino al 2020), la spesa per interessi crescerebbe di circa 1,8 miliardi nel primo anno, 4,5 miliardi nel secondo e 6,6 miliardi nel 2020. Di conseguenza, il fabbisogno crescerebbe di 0,1, 0,3 e 0,4 punti di Pil.

Non è difficile prevedere quel che accadrebbe nel caso in cui lo spread crescesse di 200 punti base, e così via. Scenario da incubo se si ritornasse ai valori del 2011, con lo spread a 575 punti base. A conclusioni non molto differenti perviene Carlo Cottarelli. Se per ogni punto percentuale (100 punti base) di aumento dei tassi si producesse un incremento di pari dimensione del costo medio di finanziamento per imprese e cittadini, si avrebbe ogni anno un costo aggiuntivo di 1,8-2,8 miliardi. Nello scenario peggiore (spread di 500 punti base) l’impatto su famiglie e imprese sarebbe compreso tra 9,1 e 14,1 miliardi di euro di interessi aggiuntivi. È dunque questo il problema e la sfida che attende il nascituro governo. Non l’Europa e i suoi vincoli - oggetto comprensibile di campagna elettorale - poiché nel caso peggiore Bruxelles aprirebbe nei nostri confronti una procedura d’infrazione, ma difficilmente si arriverebbe all’applicazione di sanzioni. Il problema è nel vulnus di credibilità che ne deriverebbe, che andrebbe ad aggravare un quadro già alquanto incerto in partenza. Le conseguenze sarebbero a cascata, fino a investire la tenuta stessa del sistema bancario che detiene buona parte dei titoli del debito pubblico. Con conseguente restrizione del credito, aprendo le porte a una nuova, grave recessione. Scenari da scongiurare con forza fin dai primissimi passi del nuovo esecutivo.

Ora i mercati guardano alla composizione del nuovo governo e alla dichiarazioni programmatiche che il presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte, esporrà in Parlamento. Anche al di la delle doverose dichiarazioni sulla fedeltà “europeista” dell'Italia, la vera questione sarà presentarsi al tavolo delle trattative con le carte in regola. Si può spuntare anche nuova flessibilità sul deficit, a patto che sia chiara la direzione di marcia. E certo non si potrà andar a rivendicare spazi di manovra sul deficit, a fronte di un contratto di programma che al momento non fissa con esattezza e precisione il quadro delle coperture da mettere in campo. Aspetto decisivo, con il quale il nuovo governo dovrà misurarsi da subito, a partire dall’aggiornamento del quadro a legislazione vigente messo a punto dal governo Gentiloni. Il nuovo set di stime programmatiche non potrà che prevedere, a fronte della disattivazione delle clausole Iva, i mezzi per farvi fronte (12,4 miliardi). Il ricorso al maggiore deficit è possibile ma va concordato e vanno offerte garanzie precise sul fronte della riduzione del debito. In sostanza, occorre passare dal contratto di programma ai veri impegni programmatici su cui il Parlamento voterà la fiducia al Governo.

Debito pubblico, la Cenerentola della campagna elettorale
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