le sfide globali

Se Trump e Putin riescono nel «miracolo» di ricompattare la Ue

di Carlo Bastasin

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5' di lettura

Donald Trump e Vladimir Putin stanno già trasformando l'Europa in modo inaspettato. L'elezione di un presidente Usa dalla natura imprevedibile - e incline a intendersi con il leader russo più che con i tradizionali partner democratici - può rivelarsi il fattore decisivo di maturazione dell'Unione europea.

Come dicono i tedeschi, i vecchi demoni hanno tombe poco profonde: nell’arco di solo tre mesi di rivolgimento dell’ordine globale, sta emergendo un nuovo profilo strategico, concepito tra Berlino e Bruxelles, destinato a modificare i caratteri dell’integrazione europea ben oltre l’idea di un sistema a “due velocità”. Le implicazioni riguardano le strategie di sicurezza, così come le politiche economiche, ma danno indicazioni importanti anche per la stabilità italiana.

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Dati in milioni di euro

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L’ultimo segnale di cambiamento è venuto martedì da Varsavia dove la cancelliera Merkel ha riallacciato il dialogo con il più problematico dei paesi partner. Il governo polacco ha scoperto infatti che Washington non vuole più privilegiare gli interessi dei paesi dell’Est (la «Nuova Europa» secondo la definizione di Donald Rumsfeld), ma quelli di Vladimir Putin. La Polonia, che come altri paesi dell’Europa orientale considera il leader russo una minaccia esistenziale, si è subito riavvicinata a Berlino. L’Europa, classificata finora come «il secondo più pericoloso strumento di sottomissione alla Germania dopo la Wehrmacht», è tornata a essere un partner vitale. Jaroslaw Kaczynski, il presidente che si augurava la dissoluzione dell’Ue e la vittoria dei nazionalisti in Germania (pur finanziati da Mosca), ha pubblicamente augurato a Merkel di essere rieletta. La premier Beata Szydlo ha aperto le porte a un’Europa strutturata su due velocità, un’ipotesi tabù in passato. «Meccanismi differenziati

di collaborazione – ha detto - potrebbero essere accettati», se fosse garantita l’integrità del mercato unico. Nonostante permanga grande distanza sull’accoglienza ai rifugiati, Varsavia riconosce l’obiettivo di rafforzare le quattro libertà europee di circolazione, ma anche di irrobustire la sicurezza comune. Su questa prospettiva di maggiore integrazione – non di minore - va inteso oggi lo schema delle “due velocità”, che invece dal ’94 era concepito per rendere più graduato il progetto di unione monetaria (la proposta Schäuble-Lamers). Trump e Putin, stanno insomma ricompattando l’Europa.

Nei documenti programmatici dei partiti popolari tedeschi, la premessa di politica estera si basa sempre sulla priorità di rapporti di amicizia con Francia e Polonia. Non a caso, è in corso un’iniziativa diplomatica intesa ad allineare Parigi e Berlino sull’idea dell’Europa delle due velocità. La Cdu aveva idealmente adottato la candidatura di François Fillon all’Eliseo e gli aveva sottoposto un documento congiunto sulla nuova architettura europea. Ma dopo gli inciampi del candidato gollista, l’attenzione di Berlino si è spostata su Emmanuel Macron, che aveva già firmato un documento sull’Europa delle due velocità nel 2015 insieme al vice-cancelliere, Sigmar Gabriel, e tra i cui consiglieri ci sono diversi esperti di Germania. Il “white paper” sul futuro europeo, in preparazione a Bruxelles in vista della celebrazione dei Trattati di Roma a fine marzo, riguarda solo i 27 paesi dell’Unione europea (non l’euro-area) e se ne conoscono solo riferimenti generali. L’obiettivo di maggiore integrazione economica si concentrerà infatti sull’euro-area solo dopo le elezioni tedesche e solo in condizioni di stabilità della moneta comune. A livello dei 27 paesi si lavorerà invece prima possibile sull’integrazione in materia di difesa e sicurezza e sui rapporti commerciali con il resto del mondo.

Al riguardo, la strategia è ben visibile da Berlino. Preoccupata per gli intenti protezionistici di Donald Trump, Merkel ha aperto le porte a un dialogo con la Cina sul commercio euro-asiatico, di fatto aggirando il fallimento dei trattati oceanici (Tpp e Ttip) e ha rilanciato gli sforzi per un accordo europeo con i paesi del Mercosur. Emissari di Trump hanno già chiesto a Berlino di aumentare gli acquisti di armi dall’America per riequilibrare il surplus commerciale tedesco. Washington sta proponendo accordi bilaterali a diversi paesi europei isolatamente, mettendoli sotto pressione, benché le politiche commerciali siano competenza comune ed esclusiva della Commissione europea. Per questa ragione, a Bruxelles si stanno attivando contromisure per stringere rapporti economici, oltre che con la Cina, anche con l’India, i Paesi del Golfo e altre potenze economiche emergenti. Uno dei paesi con cui le trattative sono più intense è proprio il Messico, la prima vittima dell’antagonismo mercantile di Trump. In tale quadro l’Europa potrebbe finire per assumere il ruolo di garante dei sistemi multilaterali di commercio, al posto degli Stati Uniti. Una svolta imprevedibile dopo tanti anni in cui ha prevalso la retorica del declino europeo.

Ma la pressione di Trump e Putin va oltre la politica del commercio. Gli attacchi cibernetici dalla Russia e la presenza alla Casa Bianca di un presidente che non garantisce più la cooperazione nelle operazioni di intelligence e di spionaggio (queste ultime negli anni passati avevano colpito personalmente proprio la cancelliera) stanno spingendo Merkel e i partner a rilanciare la costruzione di piattaforme informatiche europee. Una strategia di integrazione digitale verrà discussa nei prossimi mesi sia come opzione della politica di sicurezza, sia come strategia di sviluppo economico. Non a caso, da Macron è giunto un appello alle imprese della Silicon Valley, a disagio nell’America trumpiana, affinché si spostino in Francia. Fillon da parte sua aveva proposto di non acquistare più armamenti dagli Stati Uniti se forniture equivalenti fossero disponibili in Europa (e in particolare in Francia...). Nel nuovo quadro strategico, e grazie all’improvvisa marginalità della Gran Bretagna, per la Francia si prefigura la possibilità di riprendere una centralità che era ormai perduta a seguito dello squilibrio nei rapporti tra Parigi e Berlino. Senza Le Pen e senza Londra, Parigi tornerebbe centrale nelle politiche di difesa.

Per le stesse ragioni, sviluppo e sicurezza, si torna a discutere di una strategia comune per l’energia. Anche in questo caso i fronti europei sono gli stessi della politica di sicurezza: Russia e Mediterraneo.

Consolidato il fronte orientale, infatti l’attenzione degli europei resta principalmente rivolta al Mediterraneo e al tema dell’immigrazione. A questo riguardo, la centralità italiana è evidente a tutti i paesi che si sono confrontati con le vie di approdo dal Mediterraneo centrale e che hanno concordato i principi di alcune grandi linee di azione all’ultimo vertice europeo a Malta.

Il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo è troppo critico per essere indebolito dall’instabilità finanziaria propria e nel contesto dell’euro-area. Non è un caso che nei giorni scorsi si sia trovato un accordo sul rispetto delle regole di bilancio molto meno problematico rispetto a quando la trattativa era cominciata – di fatto, prima dell’elezione di Trump. La questione della correzione di bilancio dello 0,2% è apparsa a entrambe le parti - sia alla Commissione, sia al governo italiano che ha concesso la correzione richiesta - troppo triviale perché una disputa mettesse a repentaglio la tenuta europea in una fase di instabilità geopolitica prima ancora che finanziaria. Non è un caso, nemmeno, che ieri il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, si sia schierato al fianco di Mario Draghi nella difesa dell’attuale politica monetaria con la quale la Banca centrale europea sta garantendo stabilità finanziaria – ma, indirettamente, anche politica – all’intera Europa.

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