rischi per l’america

Se Trump si fa dominare dalla tecnologia della Cina

di Edward Luce


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(Ap)

4' di lettura

Sessant'anni fa la Russia sbigottì il mondo con il lancio del satellite Sputnik. Donald Trump aveva undici anni. Quella manifestazione di superiorità indusse l’America a spendere più dell’Unione Sovietica e a ingaggiare una corsa che portò alla creazione di internet e al sistema di posizionamento globale (GPS, global positioning system). L’episodio che oggi possiamo equiparare al lancio dello Sputnik, al contrario, sembra essere passato inosservato dal presidente americano di 71 anni. La Cina sta chiaramente pianificando di conquistare entro il 2030 il predominio nel campo dell'intelligenza artificiale. Trump, a quanto pare, è troppo impegnato su Twitter per accorgersene.

Tuttavia, le ambizioni di Pechino in fatto di intelligenza artificiale rappresentano a lungo termine una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti molto più grave della sfida nucleare della Corea del Nord. Probabilmente, gli sforzi di Pyongyang potranno essere arginati garantendone la distruzione totale. Ma, nei confronti dell'obbiettivo cinese di sorpassare gli Stati Uniti, non sembra frapporsi alcun ostacolo.

Il presidente russo Vladimir Putin di recente ha dichiarato: «Chi dominerà l'intelligenza artificiale dominerà il mondo». Putin ha fatto questa affermazione poco dopo l'annuncio di Pechino di voler raggiungere gli Usa entro il 2020, scavalcarli entro il 2025 e predominare nel settore dell'intelligenza artificiale entro altri cinque anni.

In America i più illustri esponenti del settore credono che le ambizioni cinesi siano verosimili. «Riflettete un secondo», ha detto Eric Schmidt, presidente esecutivo di Alphabet la settimana scorsa. «A dichiararlo è stato il governo cinese».

A differenza dell'episodio dello Sputnik, non c'è un unico comportamento cinese dal quale si possa comprendere appieno la minaccia. Ma i trend sono evidenti per chi si dà la pena di osservarli.

Il presidente Xi Jinping ha fissato nella superiorità della Cina nel campo dell'intelligenza artificiale un obbiettivo strategico preciso. Trump non ha detto nulla in merito alle ambizioni dell’America. La sua proposta di bilancio, però, ne parla. Eccome. Trump intende tagliare dell'11 per cento i finanziamenti pubblici degli Stati Uniti ai “sistemi intelligenti” e di circa un quinto la spesa pubblica destinata in genere per la ricerca e lo sviluppo federale. Anche il budget della Nasa sarà ridotto.

Nello stesso modo, Trump intende dimezzare l'afflusso di immigrati con regolare permesso, e ciò andrebbe a influire negativamente sulla capacità da parte dell'America di reclutare i ricercatori più brillanti. Avrebbe di gran lunga più senso offrire loro la green card, il permesso di soggiorno. Gli studenti cinesi eccellono spesso nelle competizioni di codifica di Google. «Se avete dei pregiudizi, se pensate che in qualche modo il loro sistema dell'istruzione non produca quel genere di persone di cui sto parlando, sappiate di avere torto», ha detto Schmidt.

L'America riuscirà a prevalere, malgrado la scarsa lungimiranza di Trump? È alquanto possibile. Le grandi aziende statunitensi dell'hi-tech resteranno leader mondiali. Il divario rispetto alla concorrenza, tuttavia, si sta riducendo. La Cina ha dalla sua parte due vantaggi determinanti. Il primo è che porta a termine più trattative economiche online rispetto all'America. Il quaranta per cento di tutti gli scambi globali di e-commerce si svolge in Cina, per lo più tramite Alibaba, Tencent e Baidu, le tre grandi aziende tecnologiche cinesi.

La loro capacità di gestire enormi quantità di dati deve rispettare ben pochi limiti legali. Parimenti, anche la loro quantità lascia sbigottiti: la settimana scorsa con una capitalizzazione di mercato di 500 miliardi di dollari Tencent ha raggiunto e superato Facebook.

In alcuni settori specifici – quali i pagamenti online, il riconoscimento visivo e il software vocale – la Cina già adesso è più avanti delle sue controparti della Silicon Valley. E, per altro, sta facendo rapidi progressi anche per recuperare terreno rispetto alle vetture senza conducente. Quasi tutte queste tecnologie hanno applicazioni nel settore militare: basti pensare a una guerra combattuta da sciami di droni.

Il secondo vantaggio cinese è che il settore privato del paese è in combutta con il governo. Ai libertari questo potrebbe apparire uno svantaggio, ma la gente ha la memoria corta. Proprio come Dwight Eisenhower assicurò un pieno sostegno all'ascesa della Silicon Valley, così Pechino sta promuovendo in ogni modo possibile nel paese la padronanza della tecnologia di apprendimento profondo delle macchine. Oltre a ciò, anche il suo settore digitale sta diventando sempre più autosufficiente.

A eccezione dei microprocessori – che restano per lo più di dominio degli Usa – ormai la Cina è autosufficiente e produce da sé quello che le serve. È sempre meno esposta, di conseguenza, ai disagi imputabili alla catena mondiale dei rifornimenti. Qualora dovesse scoppiare una guerra commerciale globale, la Cina potrebbe proseguire indisturbata a sviluppare l'intelligenza artificiale. Questo è il motivo per il quale la Cina ha chiuso fuori Google, Facebook, Twitter e altri.

Lo stesso vale per la tecnologia spaziale cinese. Lo scorso fine settimana, John Hyten, il generale responsabile dell'arsenale nucleare statunitense, ha provocato grande scompiglio quando ha affermato che si opporrebbe a un ordine «illegittimo» proveniente dal presidente. Di fatto, si limiterebbe a rispettare quanto previsto dal regolamento.

I suoi commenti sul grande balzo compiuto dalla Cina nella tecnologia bellica del XXI secolo sono invece di gran lunga di maggior cattivo auspicio. Quando qualcuno ha suggerito che la minaccia spaziale cinese è stata gonfiata quanto il famigerato “gap missilistico” con i sovietici di un tempo, il generale Hyten ha detto: «Io vedo comportamenti molto aggressivi da parte dei cinesi e dei russi, finalizzati a mettere insieme una struttura bellica in grado di contrastare totalmente le nostre capacità spaziali».

Se si vogliono comprendere le priorità di una nazione, è sufficiente studiarne il budget. L'ambizione principale di Trump è tagliare del 20 per cento l'aliquota d'imposta delle società statunitensi. All'epoca di Eisenhower, l'aliquota marginale dell'imposta sul reddito era superiore al 90 per cento, ma questo non precluse all'inventiva pubblica e privata degli statunitensi di effettuare uno scatto in avanti e superare i sovietici. Oggi l'America è leader nel mondo per le tecnologie. Con Trump alla plancia di comando, la situazione in futuro potrebbe rivelarsi assai diversa.

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