analisila mina derivati

Se i Vigilanti globali trattano le banche come gli hedge fund

di Alessandro Graziani

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(ibreakstock - stock.adobe.com)

2' di lettura

La francese madame Daniele Nouy si appresta a lasciare la guida della neonata Vigilanza bancaria europea dopo aver connotato il suo mandato sulla riduzione dei rischi bancari, che per Francoforte sostanzialmente hanno coinciso con i non performing loans (Npl) che abbondavano soprattutto tra le banche italiane. Come ultimo step, il vertice uscente della Vigilanza lascerà con l’esito degli stress test condotti insieme all’Eba (annuncio il 2 novembre) con focus allargato ai rischi collegati agli asset finanziari e non solo creditizi. Trattandosi di un esame riferito ai dati di bilancio al 31-12-2017, è possibile che non vi siano sorprese clamorose. Anche se in qualche modo, e forse obtorto collo, la Vigilanza Bce dovrà tenere in debito conto la bocciatura di Deutsche Bank a fine giugno 2018 negli stress test effettuati negli Usa da parte della Federal Reserve.

Mentre madame Nouy e il patto di sindacato del Nord Europa costruivano un sistema di Vigilanza tutto basato sui rischi di credito, nel mondo crescevano gli allarmi sui rischi finanziari che, se e quando arriverà, si propagheranno a livello globale per l’eccesso di strumenti derivati e dello shadow banking. Secondo i dati usciti ieri dell’Esma (non dell’Abi, ndr), il valore nozionale dei derivati è pari a 660 trilioni di dollari, ben oltre i livelli pre-crisi del 2007. Particolarmente rischiosa, secondo un recente studio dell’Ocse, è la situazione delle banche cinesi che nel 2017 hanno raggiunto un totale attivo pari al 310% del Pil, cui si aggiunge un altro 63% del Pil collegato allo shadow banking. In un sistema bancario globale interconnesso attraverso i vasi comunicanti dei mercati e delle banche di interesse sistemico, un’eventuale tempesta sui mercati coinvolgerebbe tutti. Meno le grandi banche Usa, che nell’ultimo decennio hanno ricostituito ampie riserve di capitale grazie ai maxi-profitti. Molti dubbi restano invece sulle banche Ue che, sempre secondo l’Ocse, non avrebbero messo a punto procedure di risoluzione sufficienti a far fronte a eventuali difficoltà delle banche «troppo grandi per fallire». Ora il comitato di Basilea, preoccupato per l’eccesso di leva finanziaria delle grandi banche, propone di monitorare con più frequenza l’esposizione delle banche ai derivati. Iniziativa benemerita, sperando che i mercati non lo interpretino come il segnale che la situazione dei rischi stia sfuggendo di mano ai controllori globali.

Coerente con questa logica è l’entrata in vigore, da inizio anno, del principio contabile Ifrs9 che obbliga le banche, come fossero un hedge fund, a iscrivere in bilancio a valore di mercato ogni attività. Per l’Italia, in questa fase, la conseguenza negativa è quella della svalutazione trimestrale del portafoglio BTp che, causa discesa dei prezzi, «bruciano» patrimonio e forse costringeranno qualche banca minore a ricapitalizzare nei prossimi mesi. Salvo in futuro, dovessero esserci riprese di valore, creare un eccesso di capitale da distribuire agli azionisti.

Assimilare le banche a un hedge fund può essere comodo per la Vigilanza. Peccato che il capitale delle banche, risorsa scarsa in certi periodi, sia decisivo per l’erogazione del credito alle imprese. Ma la funzione che le banche svolgono come motori dell’economia non è tra quelle che interessano alla Vigilanza Bce.

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