sbagliando si impara

Se volete davvero farvi ascoltare, basta con i «soliti» eventi

di Emmanuele Margiotta *


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(REUTERS)

3' di lettura

Ogni anno partecipo a diversi eventi aziendali in qualità di speaker o moderatore. Occasioni sempre interessanti e spesso divertenti, ma ancora oggi alcuni eventi sono progettati esattamente come 40 anni fa. E che male c’è? Sulla carta nessuno, se non avete a cuore che la platea vi ascolti. Ci sono infatti 3 domande infatti da porsi:
1. Chi partecipa all’evento e come coinvolgerlo?
2. Che linguaggi usare?
3. A che genere ispirarmi?

1. Chi partecipa all’evento e come coinvolgerlo ?
Sempre più spesso la risposta a questa domanda sarà: i figli dell’era digitale. Persone che sempre di più sono abituate a fruire contenuti in maniera multimediale e che hanno superato le barriere imposte dai vecchi media (unidirezionali, non interattivi, autoreferenziali). Persone in un mondo iper-connesso abituate a categorie quali: la velocità (altrimenti mi annoio), la personalizzazione (deve parlare di me), l’interazione (social media docet), la condivisione (il valore viene dal like).

Insomma, anche se a qualcuno non piacerà, non possiamo pretendere che improvvisamente queste persone facciano finta di niente e stiano buone ad ascoltare sequenze infinite di relatori e a guardare slide per ore, magari a luci basse. Un evento di successo per parlare la lingua dei suoi destinatari dovrà essere: dinamico, veloce, coinvolgente, multimediale, sia fisico che digitale e, possibilmente, «parte di un processo», ovvero non deve terminare con le strette di mano prima di prendere auto e treni per tornare a casa, ma proseguire in un percorso che prevede comunicazione, informazione, conoscenza dei contenuti, formazione, portali e app dedicate.

2. Che linguaggio dovrò usare?
C’era una volta la Convention tutta divertente e poi la Convention in cui tanti-troppi relatori annoiavano con i loro interventi. Qualcuno inventò la Convention che si apriva con un filmato per scaldare la platea, poi interveniva il conduttore vivace, poi il manager noioso, poi un ospite vivace, poi un altro relatore noioso. Insomma, un mix di cose serie (o meglio seriose) e cose divertenti. Ma è possibile un’alchimia meno scontata e più fluida che utilizzi altri linguaggi? Vi offro 4 suggestioni:
A. C’è il linguaggio del teatro, che arricchisce i messaggi trasformandoli in narrazioni, personaggi, «collegamenti in diretta» con maschere teatrali, che dicono la loro sui temi dell’evento in modo schietto e nello stesso tempo accettabile.
B. C’è il linguaggio del Cinema. L’evento si arricchisce di narrazioni video che raccontano situazioni paradossali delle imprese, in maniera chiara e nello stesso tempo divertente.
C. C’è il linguaggio della Tv o della Radio: voci fuori campo stile Gialappa’s, oppure il pubblico coinvolto in produzioni video che richiamano trasmissioni note: le Iene, camera cafè, telegiornali, video inchieste ed altro ancora.
D. C’è il linguaggio del Digital, nel coinvolgimento dei partecipanti attraverso format che mixano social learning, linguaggi e dinamiche da videogame e format “immersivi” che coinvolgano la platea.

Insomma, oggi serve gestire i diversi linguaggi della formazione, della comunicazione e dell’entertainment in chiave contaminata. Il pubblico applaude, certo, ma intanto si rimette in discussione. Quindi forma ma anche sostanza.

3. A che generi dovrò ispirarmi? (Ovvero di che tipo di evento stiamo parlando). Ecco alcune tipologie:
A. L’informazione. L’evento si connette al mondo e diventa la finestra degli eventi che accadono ogni giorno. L’obiettivo è informare il pubblico sulla situazione aziendale o del mercato o del settore. Ci si rifà ai linguaggi televisivi dell’informazione, con filmati, servizi veloci, collegamenti, reportage.
B. La fiction. Un secondo macrogenere è la fiction, basata sull’invenzione narrativa, sulla costruzione di un universo verosimile e costituito da ambienti, personaggi e azioni, dinamizzati in un racconto. Il termine fiction si connette direttamente al concetto aristotelico di mimesi, imitazione o rappresentazione del reale, e comprende forme narrative che hanno attraversato il teatro e la letteratura, il cinema e la radio, la televisione e da ultimi videogames e serialità web.
C. I quiz show e i game show. Il terzo dei macrogeneri è l’intrattenimento di cui fanno parte i quiz show e i game show. Il pubblico viene coinvolto in temi caldi attraverso un gioco. Sono solo i 3 principali, ma potremmo andare avanti a lungo: documentari, docufiction e affini, ricostruzioni teatrali di fatti ed eventi, Candid camera, Gialli con enigmi e indagini poliziesche, maratone benefiche e ancora altro: senza ovviamente perdere di vista obiettivi e destinatari.

Al termine di questa carrellata vi riporto alla domanda iniziale, a cui date pure la vostra risposta. Alcuni eventi sono progettati esattamente come 40 anni fa. E che male c’è?

* Partner di Newton S.p.A.

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