editorialeventi di guerra

Se Wall Street è «no fly zone»

di Alessandro Plateroti

4' di lettura

«Wall Street in ripresa: i bilanci trimestrali delle banche placano le incertezze su Trump e i timori di guerra in Siria e in Corea». Ormai dal 2008, i mercati finanziari si muovono su sentieri inesplorati, adattando aspettative e comportamenti al più imprevedibile susseguirsi di eventi geopolitici, finanziari ed economici dell’era moderna. Ma dopo la seduta di ieri, la terza consecutiva chiusa in rosso, la sensazione più diffusa tra analisti e investitori era lo sbandamento emotivo. Quando si arriva a dire che i profitti di una banca contano più dei rischi di una guerra globale e delle minacce nucleari, le alternative sono solo due: o la Borsa non crede affatto alle minacce di Trump e Putin su un’escalation militare in Siria o in Corea del Nord, o è l’eccesso di liquidità che pervade i mercati a spingere gli operatori verso il rischio.

Comunque sia, un fatto è certo: quando salgono simultaneamente i bond di Stato, le azioni delle banche americane, l’oro, il dollaro e persino il prezzo del petrolio, è il mercato finanziario ad aver perso ogni punto di riferimento credibile. Per ora sembra quasi che Wall Street si senta protetta da una sorta di «no fly zone» creata dalla liquidità e dal “teatrino” della diplomazia delle portaerei. Più dei venti di guerra, insomma, sono i venti della speculazione e la fragilità dei fattori tecnici a muovere in alto e in basso ogni classe di attività. Anche se la notizia delle bombe sganciate per errore dai caccia americani sui loro alleati in Siria ha spinto a fare cassa sui rialzi di metà giornata grazie alla spinta dei titoli bancari e finanziari, gli analisti offrono diverse chiavi di lettura sui comportamenti recenti dei mercati.

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Per i mercati finanziari, l’escalation delle accuse e delle invettive tra Putin e Trump riguardo la Siria, come anche il pressing americano sulla Cina per isolare la Corea del Nord, non hanno generato panico perché hanno radici più interne che di ordine geopolitico: i toni da guerra fredda e la politica delle cannoniere stanno permettendo sia a Trump che a Putin di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai fallimenti politici e dalle crescenti tensioni nazionali.

Trump ha recuperato consenso dopo il doppio fiasco sulla riforma dell’immigrazione e lo stop alla riforma sanitaria, ma sembra soprattutto utilizzare lo scontro con Putin per dimostrare agli americani che non esistono patti segreti o «alleanze incestuose» con Mosca e il suo establishment politico e finanziario, sospetto che ha già pesato fortemente sulla sua immagine e sulle scelte fatte per la squadra nei primi due mesi alla Casa Bianca. Putin, da parte sua, è riuscito a far sparire dalle cronache (in casa e fuori) non solo ogni traccia del grave attentato terroristico anti-Russia di due settimane fa, ma anche le tensioni economiche create dal rinnovo delle sanzioni decise da Europa e Usa come ritorsione per l’intervento in Ucraina.

In questo contesto, i mercati finanziari sembrano temere più un’escalation di tipo commerciale che militare, come dimostrano la tenuta sostanziale delle Borse azionarie (l’S&P 500 resta ancora ai livelli massimi storici) e il rialzo dei titoli di Stato americani. Anche la reazione positiva ai bilanci bancari con utili migliori delle attese sembra ribadire questa tesi: l’attesa di un rialzo dei tassi di interesse, lo stop della Casa Bianca ai lavori di Basilea 4 sull’unificazione delle regole per tutte le banche globali e la promessa di un taglio netto alle norme anti-abusi finanziari della legge Dodd Frank, hanno riacceso il settore e le speranze sulle sue prospettive di redditività.

Per Wall Street, in altre parole, la questione del nuovo ordine globale sembra quasi secondaria rispetto alla ridefinizione delle regole globali per le banche sistemiche promessa da Trump. Su questa base, è più facile capire non solo perché la Borsa americana tenga meglio di quelle europee, dove invece la stretta regolatoria sulle banche non accenna a diminuire, ma anche perché gli investitori prestino più attenzione alle riforme del sistema bancario che alle tensioni verbali con russi e cinesi: tutto ciò che fa bene alle banche, dicono a Wall Street, fa bene all’America. Ma proprio per questo, e su questo terreno, il neo-presidente americano non può permettersi scivolate o dietro-front: se il fallimento politico sui visti e sulla sanità hanno avuto conseguenze marginali, il tradimento delle promesse elettorali sul taglio delle tasse, sulla ripresa economica e soprattutto sulle regole bancarie potrebbe far cadere l’immagine e il consenso sul Presidente ai minimi termini. Già ieri le sue dichiarazioni sul livello troppo alto delle quotazioni del dollaro hanno creato sconcerto e perplessità tra gli investitori: promettere un’economia forte e una moneta debole non è il modo migliore per recuperare fiducia e credibilità sui mercati finanziari.

Comunque sia, la ripresa dei profitti delle aziende americane e soprattutto delle banche sembra essere l’unico fattore tecnico che sostiene oggi la fiducia dei mercati finanziari. Dall’Europa, del resto, emergono solo segnali di fragilità politica da parte dei governi in carica, mentre l’Eurozona resta appesa alle manovre della Bce su liquidità e tassi di interesse. In questo contesto, il rischio di una divergenza tra le valutazioni dei titoli bancari sui due continenti potrebbe aumentare verticalmente con il taglio delle regole promesso da Trump: se i colossi Usa avranno margini di azione più ampi e costi operativi e di compliance più bassi, il contrario si profila per le banche europee, dove la pressione dei regolatori sta addirittura aumentando.

Anche in Europa sarebbe dunque il caso di rivedere la tabella di marcia della Commissione, della Bce e dell’Eba alla luce dello stop americano ai lavori di Basilea. Tra il 2013 e il 2015, la quantità di cambiamenti normativi sull’attività bancaria è più che raddoppiata, tanto che nel solo 2015 le segnalazioni di cambiamenti all’interno della normativa bancaria sono state in media oltre 190 per ogni giorno lavorativo, raggiungendo un totale di oltre 51.500 segnalazioni l’anno. Altre strette regolatorie sarebbero difficili da assorbire, soprattutto nei sistemi bancari più fragili: la ripresa dell’economia e del credito, sembra dire Wall Street, non può passare per troppi colli di bottiglia.

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