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Sea Watch 3, perché la nave di Carola doveva attraccare a Lampedusa

Attraverso Twitter il professor Fabio Sabatini smonta tutte le ipotesi su altri porti possibili per la Sea Watch 3 e spiega perché l’Italia non può rifiutarsi di soccorrere i migranti

di Fr.Mi.


Sea Watch: chi è Carola Rackete la capitana che ha sfidato Salvini

5' di lettura

«Perché Lampedusa? Perché la #SeaWatch3 non è andata in Libia, in Tunisia, in Grecia o a Malta, come avrebbero voluto Di Maio e Salvini?
La comandante Rackete aveva ottime ragioni per dirigersi in Italia». Ragioni che Fabio Sabatini, professore associato di Politica economica all’Università La Sapienza ha messo in fila, letteralmente. Su Twitter ha spiegato passo passo perché la Sea Watch 3 ha fatto bene ad attraccare a Lampedusa.

La richiesta dell’Italia

Attraverso una serie di tweet, Sabatini ricostruisce la vicenda «per fare chiarezza oltre gli slogan della propaganda». Tutto parte dalla richiesta di portare i naufraghi in Libia avanzata dall’Italia alla Sea Watch 3. La Libia aveva autorizzato lo sbarco, ma la Ong ha rifiutato per rispetto delle leggi internazionali che regolano il soccorso in mare.

L’obbligo di soccorso
«La convenzione di Amburgo del 1979 - ricorda su Twitter Fabio Sabatini -, cui l’Italia ha aderito con la Legge n. 147/1989, prevede l’obbligo di prestare soccorso ai naufraghi e di farli sbarcare nel primo “porto sicuro” sia per prossimità geografica al luogo del salvataggio sia dal punto di vista del rispetto dei diritti umani. In parole povere, un porto è sicuro se garantisce il rispetto dei diritti dei naufraghi». Ma la Libia non è un porto sicuro.

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Perché la Libia non è un porto sicuro
Secondo i rapporti delle Nazioni Unite e le testimonianze dei giornalisti e dei sopravvissuti, in Libia i migranti vanno incontro a «orrori inimmaginabili». Sabatini spiega che «la Libia è un paese in guerra in cui i migranti sono detenuti illegalmente in condizioni disumane, ridotti in schiavitù e sistematicamente oggetto di stupro e delle torture più atroci».
Secondo l’Onu, la Guardia costiera locale collabora con gli aguzzini: «I naufraghi riportati in Libia sono sistematicamente ricondotti nei campi di concentramento, dove ricomincia l’inferno di schiavitù, torture e stupri, fino alla fuga successiva. Riportare un naufrago in Libia spesso significa condannarlo a morte».

Perché non si possono far sbarcare in Tunisia

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Se in Libia non si può, allora perché non dirottare gli sbarchi sulla Tunisia? «In fondo, come dice Di Maio, se ci sono i Club Med non può che essere un porto sicuro», twitta il professor Sabatini, spiegando subito dopo perché non è così. «La Tunisia non è attrezzata per garantire i bisogni dei migranti e non ha una legislazione completa sulla protezione internazionale, che sarebbe invece essenziale per garantire il rispetto dei diritti umani dei migranti e perché un posto possa essere considerato un “porto sicuro”».

Nelle ultime settimane, per esempio, una nave con 75 migranti a bordo era stata costretta a rimanere in mare per giorni (in condizioni peggiori di quelle della Sea Watch 3) perché la Tunisia rifiutava di farli sbarcare. Quando lo sbarco è stato consentito, i migranti sono stati trasferiti in centri di detenzione e minacciati affinché accettassero di lasciare subito il Paese e non presentare domanda di asilo internazionale.

Cosa dice la legge

«Se la Sea Watch avesse deciso di andare in un altro porto avrebbe violato le leggi internazionali sulla navigazione e il soccorso - chiarisce Sabatini -. Avvicinarsi a Lampedusa pur senza autorizzazione formale, invece, non implicava la violazione di alcuna legge. Dirigersi verso Lampedusa era la scelta più ovvia e con meno conseguenze legali e penali». Come affermato dall’Onu nella lettera inviata all’Italia sul decreto sicurezza bis, «il diritto alla vita e il principio di non respingimento prevalgono sulla legislazione nazionale o su altre misure presumibilmente adottate in nome della sicurezza nazionale». Secondo l’Onu, l’approccio del decreto «è fuorviante e non è in linea con il diritto internazionale generale e il diritto internazionale dei diritti umani».

La (giusta) decisione di Carola
Quando si tratta di tutela dei diritti umani, quindi, le convenzioni internazionali prevalgono sulle leggi nazionali e sulle decisioni di politica interna. «Nel prendere la decisione di accostarsi a Lampedusa, la comandante Rackete ha obbedito a una legge di rango superiore al decreto sicurezza bis», spiega in un tweet il professore.
Per l’Art. 117 della Costituzione, un trattato internazionale ratificato e reso esecutivo nell'ordinamento italiano è al riparo da possibili ripensamenti del legislatore, e condiziona la produzione legislativa successiva, che a esso dovrà dunque conformarsi, aggiunge poi Sabatini.

Le ipotesi Grecia e Spagna
Nel dibattito sullo sbarco sono state anche ipotizzate la Grecia e la Spagna come destinazioni della Sea Watch 3. Perché sono state scartate? «Perché sono più lontane - spiega Sabatini - , e la legge obbliga le navi a far scendere i naufraghi nel porto sicuro “più vicino”, proprio per non mettere ulteriormente a rischio le loro vite già tremendamente provate (in questi casi non solo dal naufragio ma anche dalla detenzione e dalle torture).
È proprio grazie alla prossimità che in Italia continuano ad arrivare migliaia di persone che attraversano il Mediterraneo con piccole imbarcazioni gestite da organizzazioni criminali». Solo nell’ultimo mese sono arrivate a Lampedusa 300 persone. La vicinanza rende i viaggi anche più sicuri: le traversate dipendono dalle condizioni meteo, e meno si sta in mare meglio è.

«La legge obbliga le navi a far scendere i naufraghi nel porto sicuro *più vicino*»

E perché non in Olanda?
«L’Olanda è un porto sicuro ovviamente troppo lontano - spiega Sabatini - . Per raggiungerla, la Sea Watch avrebbe dovuto passare per l’Oceano Atlantico, che è molto più pericoloso del Mediterraneo. Ciò avrebbe messo a rischio la vita dei naufraghi, violando la legge».

E Malta?
Nemmeno Malta è un porto adatto: anzitutto, perché «Malta è poco attrezzata per gli sbarchi e, soprattutto, per gestire le richieste di protezione internazionale dei naufraghi. Ciò significa che non necessariamente i loro diritti saranno rispettati: di nuovo secondo alcuni viene meno la definizione di “porto sicuro” prevista dalla legge. Senza contare che in molte circostanze Malta è anche un porto meno vicino di Lampedusa ai luoghi dei naufragi». Ma in questo caso la questione è soprattutto politica: Malta ospita già molti più migranti di quanti ne accolga l’Italia, in proporzione alla popolazione. «La superficie di Malta è un quarto di quella di Roma, e la popolazione più di 100 volte meno numerosa di quella italiana. Per questo Malta sempre più spesso rifiuta il porto alle Ong», si legge tra i tweet.

«Non c’è alcuna invasione»

Resta solo l’ipotesi Italia?
Siamo dunque destinati ad accogliere tutti i migranti? «No - tranquillizza Sabatini -. L’Italia è uno dei Paesi che accoglie meno rifugiati e con una delle percentuali di immigrati più basse in Europa. I nostri numeri sono risibili rispetto a quelli degli altri paesi Ue, in proporzione sia alla popolazione sia al Pil. Non c’è alcuna invasione». Inoltre, secondo i dati del ministero dell’Interno, i migranti che approdano in Italia non intendono fermarsi, ma solo transitare verso Paesi più accoglienti e ricchi di opportunità.

Il regolamento di Dublino

«Rivedere il Regolamento di Dublino aiuterebbe a risolvere il problema - spiega Sabatini - . Secondo l’accordo, l’accoglienza e la valutazione delle richieste di protezione internazionale spettano al Paese in cui è avvenuto l’ingresso nell’Unione Europea. Nel 2018 dopo molte trattative si riuscì a trovare un compromesso per cambiare il regolamento in favore di un meccanismo di ricollocazione automatica. Ma l’Italia, già governata da Lega e M5S, si oppose. Lega e M5S hanno disertato *tutte* le riunioni del Parlamento Europeo in cui si è discussa la riforma di Dublino. Salvini ha disertato tutte le riunioni dei ministri degli interni dedicate alla gestione degli arrivi».
Secondo il professore Lega e Movimento 5 Stelle «hanno interesse ad alimentare la “crisi” dei migranti, che è linfa vitale per la propaganda e una formidabile arma di distrazione della massa dai disastri economici che il governo sta provocando, compresa l’uscita dall’euro cui lavorano gli “economisti” della Lega».

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