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Sea Watch, Carola ha adempiuto ad un obbligo di legge: non poteva essere arrestata

La comandante della Sea Watch non ha disubbidito alle leggi ma, al contrario, ha adempiuto ad un obbligo derivante dalle leggi stesse. Ed è questo il lascito forse più rilevante di questa drammatica vicenda

di Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani


Sea watch, Rackete libera: il Gip non ha convalidato l'arresto

4' di lettura

Carola Rackete, comandante della Sea Watch 3, sbarcata a Lampedusa nei giorni scorsi, violando l’ordine impartitole dalle autorità portuali e urtando una unità navale della Guardia di Finanza, è ora in stato di libertà.
Non appena a terra, la donna era stata arrestata, per i reati di resistenza e di violenza nei confronti di una nave da guerra (art. 1100 cod. nav.) e di resistenza a pubblico ufficiale (art. 337 c.p.). Tuttavia, il giudice per le indagini preliminari non ha convalidato l'arresto e ha rigettato la richiesta di misura cautelare presentata dal pubblico ministero.

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Vediamo perché. Il provvedimento, dopo avere riportato i “capi d’accusa”, compie una vera e propria panoramica dell’ordinamento interno e internazionale, dal quale emerge che esiste un preciso obbligo in capo a chiunque si imbatte in un naufragio di salvare le persone coinvolte, conducendole nel porto sicuro più vicino. I singoli Stati possono regolare i flussi migratori come meglio ritengono, ma sempre nella cornice delle ricordate disposizioni che impongono di salvaguardare la vita umana in pericolo.

Il giudice prosegue descrivendo quanto accaduto, dal 12 al 29 giugno, quando la motonave ha attraccato. Dalla pur scarna cronologia dei fatti emerge come la comandante della Sea Watch 3 abbia seguito le norme che regolano la drammatica situazione trovatasi ad affrontare. Carola Rackete ha raccolto persone a bordo di una imbarcazione a rischio naufragio e ha chiesto dove sbarcarle, escludendo Libia e Tunisia in quanto ritenute, in base alle raccomandazioni del Consiglio d’Europa e delle informazioni di Amnesty International, luoghi non abbastanza sicuri.

Fatto rotta verso le coste più vicine, quelle italiane, le autorità nazionali rifiutavano di indicare un porto sicuro. Tra il 13 e il 14 giugno l’imbarcazione giungeva al limite delle acque territoriali italiane, nelle quali non entrava.

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Nel frattempo, il 14 giugno veniva pubblicato il decreto legge n. 53 del 2019 con «disposizioni urgenti in materia di contrasto all'immigrazione illegale e di ordine e sicurezza pubblica». Il 15, in attuazione della nuova disciplina, un provvedimento interministeriale (Interni, Difesa, Trasporti) disponeva il divieto di ingresso, transito e sosta della nave Sea Watch 3 nelle acque nazionali.

Le condizioni di salute di molti migranti erano gravi, tanto da rendere necessarie due evacuazioni mediche. Alle numerose richieste di poter sbarcare, veniva data risposta negativa, sicché per dodici giorni la nave rimaneva al confine delle acque nazionali, attendendo una soluzione.
Il 26 giugno, però, poiché la situazione a bordo stava precipitando, la comandante entrava nel mare territoriale, avvisando le autorità portuali e chiedendo dove poter attraccare. Nel tentativo di giungere in porto, la Sea Watch 3 si scontrava con una vedetta della GdF, vicino al molo per impedire l’ormeggio.

Posto il diritto e i fatti, il giudice trae le conclusioni, non prima di avere sottolineato come i diritti e prima ancora i doveri del capitano di una nave sono stabiliti da normative, anche sovraordinate, nazionali e internazionali, non certo superabili da direttive ministeriali.
E le conclusioni sono queste: l’arresto non è convalidato e la misura cautelare non è concessa poiché i reati contestati non sussistono. La vedetta coinvolta non può essere ritenuta una «nave da guerra» in quanto le navi della Gdf sono considerate tali solo se «operano fuori dalle acque territoriali o in porti esteri ove non vi sia una autorità consolare». Inoltre, ed è questo il tema più interessante, il delitto di resistenza a pubblico ufficiale è scriminato dall’adempimento di un dovere. In altri termini, la condotta tipica del reato è stata commessa, ma non è punibile poiché posta in essere nell’adempimento di un dovere: l'obbligo di salvare naufraghi e di sbarcarli nel luogo non pericoloso più vicino.

Si scopre, così, che la comandante della nave non è una moderna Antigone: non ha disubbidito alle leggi ma, al contrario, ha adempiuto ad un obbligo derivante dalle leggi stesse. Ed è questo il lascito forse più rilevante di questa drammatica vicenda: oggi non abbiamo più bisogno di eroi, che debbano sacrificare la loro libertà per una giustizia superiore alla legge. Abbiamo una Costituzione che, con i suoi principi e la sua apertura alle norme internazionali, risolve non più con la logica della tragedia ma con quella del diritto il conflitto tra legge morale e legge positiva.
Si scopre poi che a questo stesso comportamento sono tenuti anche gli ufficiali italiani, che di fronte a situazioni analoghe non solo possono ma debbono disobbedire a ordini gerarchici di direzione opposta. Si scopre quanto è insensato il paragone proposto dal ministro dell'interno Matteo Salvini tra questa vicenda e chi non si ferma un posto di blocco.

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Salvini dice di non accettare lezioni di moralità dalla magistratura, ma qualche lezione di diritto e su cosa si debba intendere per Stato di diritto forse gli potrebbero essere utili. A questo proposito, lo slogan “padroni a casa propria”, spesso evocato, non può significare che esiste un padrone che, sol perché votato, può comandare senza limiti. Questa ordinanza ci ricorda che “a casa nostra” non ci sono padroni, ci sono norme costituzionali, penali e internazionali che lo impediscono, ci sono giudici che fanno il loro mestiere, a prescindere dai desiderata del governo.
E a tutti i giudici vale ancora una volta la pena ricordare quante responsabilità abbiano nella difesa dei diritti delle persone e dunque quanto sia importante che preservino la propria autorevolezza e la dignità del loro potere.

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