falsi miti

Sea Watch, la guerra alle Ong non frena gli sbarchi (e aumenta l’insicurezza)

Un'analisi dell'Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) ha rilevato l'inesistenza di una correlazione tra presenza di Ong in mare e partenze. Anzi: al calo di imbarcazioni di soccorso è corrisposto un aumento dei migranti in partenza

di Alberto Magnani

Sea Watch, oggi udienza convalida arresto comandante Carola

3' di lettura

Il caso Sea Watch non ha nulla di inedito. Le organizzazioni non governative (Ong) che operano nel Mediterraneo sono finite da tempo nel mirino del governo Lega-Cinque stelle e delle forze nazionaliste di tutta Europa. L'accusa esplicita è di fare da effetto-leva per la partenze dalle coste nordafricane, offrendo agli scafisti una sorta di “appiglio” per avventurarsi nel Mediterraneo e scaricare poi i migranti nelle loro mani.

GUARDA IL VIDEO - Le accuse a Carola Rackete: cosa prevede il codice della navigazione

Loading...

Quella implicita, ma neppure troppo, è che le Ong sarebbero direttamente colluse con i “trafficanti di esseri umani”, guadagnando con accordi illeciti o agendo per conto dei finanziatori che ne foraggiano l'attività. L'unico dettaglio che sfugge alla ricostruzione sono i dati. Da un lato, un'analisi dell'Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) ha rilevato l'inesistenza di una correlazione tra presenza di Ong in mare e partenze. Anzi: al calo di imbarcazioni di soccorso è corrisposto un aumento dei migranti in partenza. Dall'altro, come già rilevato dal Sole 24 Ore, i finanziatori delle Ong non sono così oscuri: i bilanci delle donazioni ricevute dalle organizzazioni sono pubblici per obbligo di legge e consultabili anche online.

Senza Ong aumentano le partenze (e diminuiscono i salvataggi)
Il primo punto riguarda quello che viene definito, in gergo, pull factor: il fattore di attrazione per le partenze dei migranti, in questo caso identificato con la presenza di una Ong disposta a prendersi in carico i migranti imbarcati e abbandonati dai trafficanti. La tesi di fondo è che una stretta sulle Ong avrebbe rimosso un incentivo alla partenza, riducendo così i flussi nel loro complesso. È il principio che ha guidato il contrasto alle attività delle imbarcazioni di soccorso nel Mediterraneo, portando alla scomparsa di diverse realtà di peso (come Medici senza Frontiere).

Nel 2016-2017 le acque al largo della Libia era presidiata da una decina di Ong, alcune delle quali in possesso di imbarcazioni con capienza notevole come Aquarius e la Vos Prudence (600 persone ciascuna). Oggi si parla in media di una o zero Ong al largo. Nel dettaglio, secondo dati Ispi, nel 2019 si sono contati 31 giorni con Ong a largo delle coste libiche e 151 giorni senza alcuna imbarcazione disponibile. L'equivalente di 《un mese con Ong è cinque mesi senza, spiega il ricercatore Ispi Matteo Villa.

Ha dato i suoi frutti? Sì, ma al contrario. Secondo la ricostruzione Ispi, le partenze tendono a essere uguali (o addirittura maggiori) proprio nei periodi di assenza delle imbarcazioni dedicate al soccorso. Ad esempio tra il primo gennaio e il 27 giugno 2019 sono partite dalla Libia complessivamente 5.909 persone: 1.018 in presenza di navi di Ong al largo delle coste, i restanti 4.891 senza Ong al largo. Il trend si è mantenuto anche negli ultimi due mesi, segnati dall'esasperazione dei toni in coincidenza con le elezioni Europee del 23-26 maggio.

Tra il primo maggio e il 21 giugno 2019, evidenziano i dati ISPI, sono partite dalla Libia 3.926 persone. La media giornaliera è di 62 partenze con navi Ong al largo della costa e di 76 partenze senza Ong. A ridursi, semmai, è la possibilità di svolgere salvataggi: 《nel 2014 le Ong sono intervenute solo nel 1% dei salvataggi, ma la loro attività è cresciuta nel tempo: nel 2016 sono state responsabili del 28% dei salvataggi, e nel 2017 addirittura del 43% dei salvataggi - spiega Villa - Eppure, analizzando l'attività mensile delle Ong tra il 2014 e il 2018, non c'è nessuna evidenza che indichi che questa attività abbia in qualche modo condotto a un aumento delle partenze.

I misteriosi finanziatori? Sono online
Per quanto riguarda i finanziatori, la risposta si può trovare online. La Sea Watch, organizzazione nata in Germania nel 2014, pubblica sul suo sito un report col dettaglio delle donazioni ricevute e delle spese sostenute in un certo arco di tempo. Nel 2018, l'ultimo anno fiscale a disposizione, la Ong ha ricevuto l'equivalente di circa 1,8 milioni di euro in finanziamenti (per l'87 per cento in arrivo da donazioni) a fronte di costi per circa 1,4 milioni di euro (indirizzati per il 55,9 per cento all'attività della Sea Watch 3, la nave al centro dell'ultimo conflitto con il governo italiano). Il team italiano ha comportato spese per 62.715 euro nel 2018. Le donazioni posso essere effettuate direttamente sul portale, a meno che non si attivino campagne esterne a favore della Ong. È il caso della raccolta fondi lanciata sui social per sostenere le spese legali e le eventuali sanzioni contro Sea Watch e la comandante Carola Rackete. Al momento l'importo raggiunto è di 420.493 euro.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti