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Covid, rischio seconda ondata in Europa: come si stanno preparando i Paesi

Bruxelles lavora «per assicurare che vengano messe in campo delle strategie di test» e soprattutto «che i sistemi sanitari siano abbastanza forti»

di Nicola Barone

Lockdown per 640.000 in Nordreno Westfalia, focolaio a Berlino

Bruxelles lavora «per assicurare che vengano messe in campo delle strategie di test» e soprattutto «che i sistemi sanitari siano abbastanza forti»


4' di lettura

Per la prima volta da quando i Paesi hanno iniziato ad allentare le restrizioni, la scorsa settimana è stato registrato in Europa un aumento del numero dei casi settimanali di coronavirus. Certo l’epicentro della diffusione rimangono ancora le Americhe, Stati Uniti in testa. Ma il fatto che nel Vecchio Continente in trenta Stati si assista al riattizzarsi dell’epidemia tiene sulle spine le autorità sanitarie. In undici di questi «la trasmissione accelerata ha portato a una ripresa molto significativa che, se non controllata, porterà nuovamente i sistemi sanitari sull’orlo del collasso» secondo il direttore della sezione europea dell’Oms Hans Kluge.

Ue lavora a un documento sull’eventuale ritorno

Sulla possibilità di una seconda ondata arriverà dalla Commissione europea una apposita comunicazione a metà luglio centrata essenzialmente sugli strumenti preventivi e di reazione. Bruxelles lavora «per assicurare che vengano messe in campo delle strategie di test» e soprattutto «che i sistemi sanitari siano abbastanza forti» per poter reggere. Di recente la commissaria alla Salute Stella Kyriakides ha parlato a lungo della strategia per il vaccino, rassicurando (i più piccoli) sul fatto che l’alleanza tra Italia, Germania, Francia a Paesi Bassi è «complementare» alla strategia europea. Il comitato per la strategia vede la partecipazione di tutti gli Stati membri e si è riunito, la prima volta, giovedì scorso.

La Francia prepara test per cluster dormienti

In Francia i servizi sanitari sono all’opera per prevenire l’eventualità di una recrudescenza del virus. Vengono effettuati circa 250mila test a settimana, ma una campagna «di grandissime dimensioni» è sul punto di essere lanciata per «identificare eventuali cluster dormienti», nello specifico in una trentina di Comuni dell’Ile-de-France, la regione di Parigi. Circa 1,3 milioni di persone in zone a rischio saranno dunque oggetto di uno screening sistematico, su base volontaria, secondo quanto anticipato dal ministro della Salute francese Olivier Véran. Comunque, nel caso di una seconda ondata, potranno essere mobilitati «come minimo» 12mila letti nei reparti di rianimazione.

La Francia teme in concreto un possibile ritorno del coronavirus tra l’autunno e l’inverno. In una nota trasmessa il 21 giugno al governo francese, il consiglio scientifico di Parigi ritiene che l’immunità collettiva non sia abbastanza diffusa nell’insieme della popolazione per impedire una seconda ondata. I tredici membri del consiglio scientifico ritengono, in particolare, che una «intensificazione della circolazione del SARS-CoV-2 nell’emisfero Nord ad una scadenza più o meno lontana (qualche mese, in particolare, con l’approssimarsi dell’inverno) è estremamente probabile». L’esperienza delle pandemie influenzali mostra che si svolgono in «due tre ondate prima di adottare un ritmo stagionale», si legge nel documento trasmesso all’esecutivo.

Per i tedeschi lo spettro del Nordreno-Vestfalia

Anche la Germania vive con tensione questa fase dopo che martedì ha dovuto ripristinare le restrizioni per oltre 600mila persone in due distretti nella parte occidentale del Paese a causa di un focolaio scoperto in un mattatoio nel Nordreno-Vestfalia (infettati oltre mille e cinquecento lavoratori). Altri casi sono scoppiati a Gottinga, Berlino - dove un intero isolato è finito in quarantena, nel quartiere di Neukoelln - e Kassel, in Assia. E anche se la Germania resta uno dei Paesi che ha fronteggiato meglio la pandemia finora, con 9mila decessi scarsi, nel Paese di Angela Merkel il dibattito è segnato dalla contrapposizione fra chi vuole accelerare il ritorno alla normalità - i ministri dell’Istruzione dei Laender hanno ad esempio deciso che dopo le ferie estive si tornerà a scuola a pieno ritmo e, dove possibile, senza distanziamento - e quanti invece frenano, temendo di scivolare di nuovo in piena crisi.

I modi per scongiurare lo scenario peggiore

Uso delle mascherine, corretta igiene delle mani e distanziamento sociale potrebbero abbattere il rischio di una seconda ondata di Covid-19 evitando nuovi lockdown. La conferma arriva dallo studio pubblicato sulla rivista Nature Human Behaviour dall’Istituto per la salute globale di Barcellona. Il modello sviluppato dai ricercatori spagnoli fornisce preziose indicazioni anche ai Paesi dell’emisfero Sud che non hanno ancora raggiunto il picco dei contagi: per ridurre il rischio della seconda ondata dovrebbero mantenere il lockdown per almeno 60 giorni per poi procedere gradualmente con la riapertura. Calcolare il rischio di una seconda ondata è difficile, «considerata la mancanza di informazioni affidabili sul numero attuale di persone infette o sull’immunità sviluppata nella popolazione», spiega il coordinatore dello studio Xavier Rodo’ . Per superare queste difficoltà , il suo gruppo ha sviluppato un modello che divide la popolazione in sette gruppi: soggetti suscettibili al virus, in isolamento, esposti al virus, contagiati non diagnosticati, diagnosticati in quarantena, guariti e deceduti. Il modello simula inoltre i diversi gradi di confinamento della popolazione e le varie strategie per la riapertura. I risultati dimostrano che la durata del primo lockdown condiziona la tempistica e l’ampiezza delle successive ondate epidemiche: la riapertura graduale, inoltre, garantisce un numero inferiore di contagi e morti rispetto alla riapertura troppo veloce. Anche nei Paesi dove non ci sono risorse sufficienti per testare e tracciare i contagi, le semplici misure adottate dai singoli come le mascherine, l’igiene delle mani e il distanziamento, sono cruciali per fermare la trasmissione del virus. Le simulazioni dimostrano infine che la durata dell’immunità acquisita dopo l’infezione da coronavirus condiziona il timing delle ondate successive: se dovesse durare un anno, invece che pochi mesi, la pausa tra le ondate epidemiche sarebbe quasi raddoppiato.

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