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Segnali di crisi per lo shale oil Usa: mancano fondi e la geologia tradisce

di Sissi Bellomo

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Negli Usa segnali di crisi per lo shale oil quando ce ne sarebbe più bisogno (Reuters)


4' di lettura

La marcia trionfale del petrolio «made in Usa» si sta fermando, proprio nel momento in cui il mondo avrebbe più bisogno dello shale oil. I barili estratti dai frackers americani sono infatti leggeri e a basso tenore di zolfo come quelli perduti a causa degli attacchi in Arabia Saudita: forniture che Aramco – pur essendo tornata ai livelli di produzione consueti – non riuscirà a riproporre al mercato finché non avrà completato le riparazioni agli impianti di trattamento di Abqaiq.

A luglio la produzione di greggio degli Stati Uniti è diminuita per il terzo mese consecutivo, ripiegando sotto la soglia psicologica dei 12 milioni di barili al giorno. L’ultimo dato ha un valore relativo: il crollo dell’output a 11,81 mbg, ben 276mila bg in meno rispetto a giugno secondo l’Eia, dipende in gran parte dall’emergenza per l’uragano Berry, che ha costretto a sospendere l’attività di molte piattaforme nel Golfo del Messico. Ma anche se in altre aree del Paese i pozzi sono ancora generosi, i numeri non devono ingannare: i segnali di crisi dello shale oil sono ormai numerosi ed evidenti.

Persino in Texas – dove la produzione ha superato 5 mbg, più di quanto estrae l’Iraq – l’indagine periodica della Dallas Fed ha evidenziato un’ulteriore contrazione dell’attività nell’Oil & Gas nel terzo trimestre, con l’indice sceso a -7,4 dopo il -0,6 del secondo trimestre. I costi di produzione hanno invece continuato a salire, sia pure in modo più moderato.

La situazione è difficile ovunque negli Usa. Il numero delle trivelle in funzione nel Paese si è ridotto del 20% nell’ultimo anno, ai minimi da maggio 2017 (713 in tutto). Questo significa che la produzione di greggio a stelle e strisce è destinata a diminuire ancora nei prossimi mesi, dopo aver rallentato la crescita all’1% scarso nel primo semestre, dal 7% circa dello stesso periodo del 2018.

Tra agosto e settembre sono stati fermati ben 80 impianti di perforazione, un record dal primo trimestre 2016, quando il prezzo del petrolio era crollato sotto 30 dollari al barile, la metà rispetto a oggi.

Anche 60 dollari sono pochi per i frackers meno efficienti, la maggioranza visto che tuttora sono in pochi nel settore a generare flussi di cassa positivi: solo 11 tra le 29 maggiori società quotate ce l’ha fatta nel secondo trimestre, secondo il Sightline Institute, per un totale di appena 26 miliardi di dollari (a fronte di oltre 100 miliardi di debito per il gruppo monitorato).

Quest’anno nel settore dello shale oil si contano già 26 società in Chapter 11, la procedura che protegge dalla bancarotta, di cui 20 tra il 1° maggio e il 12 agosto, secondo il conto tenuto dallo studio legale Haynes & Boone. In tutto il 2018 c’erano stati solo 28 casi.

A differenza che nel 2016 il problema numero uno per lo shale oggi però non è la debolezza del mercato petrolifero. In parte gli operatori soffrono per il crollo del prezzo del gas negli Usa. Ma soprattutto c’è la scarsità di finanziamenti da un lato e l’emergere di problemi geologici dall’altro: un aspetto quest’ultimo che rischia di provocare forti tensioni sul prezzo del petrolio, visto che il mondo conta soprattutto sugli Usa per la futura espansione dell’offerta di petrolio.

La produttività delle aree di shale oil è cresciuta per anni in modo strepitoso, grazie all’impiego di tecniche sempre più sofisticate. Ma il progresso ora sembra essersi fermato, forse in modo definitivo suggerisce un report di Raymond James.

Nei primi sette mesi di quest’anno i nuovi pozzi hanno prodotto il 2% in più nei primi trenta giorni di attività, mentre dal 2010 in poi c’erano sempre stati aumenti nell’ordine del 30% annuo. La produttività nei primi 90 giorni di attività è addirittura diminuita del 2% rispetto all’anno scorso e nel bacino di Permian – il più ricco di risorse – il calo è del 10%, osserva la banca d’affari, che attribuisce il fenomeno al deterioramento delle formazioni rocciose, in parte derivato dallo sfruttamento intensivo degli anni passati: troppe trivellazioni in contemporanea, troppo vicine l’una all’altra, troppa acqua e troppa sabbia iniettata nel terreno per stimolare la fuoriuscita di petrolio.

In questa categoria di problemi c’è anche quello, ormai noto nel settore, dei pozzi «figli»: pozzi secondari perforati accanto ai pozzi «genitore», che comprometterebbero lo sfruttamento delle riserve facendo perdere pressione al giacimento. Un child well ha una produttività media inferiore del 30% rispetto al suo parent well e più a lungo si aspetta a metterlo in funzione meno petrolio si riesce ad estrarne, fa notare Raymond James.

Il progresso tecnologico forse porterà a risolvere anche questi problemi. Ma molti operatori dello shale oil oggi sono costretti a tirare la cinghia: dopo anni di generosità verso il settore, gli investitori hanno perso fiducia e il mercato dei capitali si è quasi completamente chiuso.

In Borsa, dove i frackers soffrono performance disastrose quest’anno, con ribassi a doppia cifra percentuale, è difficile raccogliere fondi. E anche le emissioni di junk bond si sono prosciugate per mancanza di interesse degli investitori, mentre lo stock di debito spazzatura che è vicino alla maturità preoccupa: 9 miliardi di dollari di obbligazioni in scadenza entro fine anno, ben 137 miliardi tra il 2020 e il 2022.

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