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Segni d’avanguardia per andare oltre la malinconia

Per inoltrarmi nell’anno mi sono letto il rapporto Censis per «continuare a cercare per continuare a capire» cosa ci aspetta alla foce del fiume sociale ed economico del Paese

di Aldo Bonomi

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3' di lettura

Per inoltrarmi nell’anno mi sono letto il rapporto Censis per «continuare a cercare per continuare a capire» cosa ci aspetta alla foce del fiume sociale ed economico del Paese. Partendo dalle considerazioni generali che introducono i detriti di dati portati dalla corrente. Molti fanno scrivere di una società “senza” coesione dov’è la «malinconia a definire il carattere degli italiani, il sentimento proprio del nichilismo dei nostri tempi». Un sentire rilanciato dalla società dello spettacolo poco attenta alla raccomandazione di «risalire dalle foci alle sorgenti (...) il che richiede di ricodificare e rinegoziare il nostro modello di sviluppo, interrompere l’inerzia delle reti di rappresentanza (...) spiazzare l’atteggiamento corrente della nostra cultura sociale e politica».

In questo andare controcorrente mi ha aiutato la contemporanea lettura del libro Sud il capitale che serve di Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione con il Sud. Lui di scuola Censis e io da territorialista, seguendo De Rita siamo risaliti alle sorgenti di quel fiume che sfocia nel Mediterraneo con detriti e numeri della povertà e di disagio più malinconici che altrove: 41,2 % a sud, 21% al centro,14,2% a nordest 17,1% a nordovest che parrebbero indicare “l’eterno ritorno” della Questione meridionale. Mai risolta, scrive Carlo, chiedendosi: «Perché in 72 anni non ci siamo mai riusciti?» Partendo dalla Cassa del Mezzogiorno, facendo atterrare il fordismo dall’alto con tentativi di rilancio diffuso con la legge 64/86 sino alla fine dell’intervento straordinario. Domanda intrigante e libro interessante perché scritto da chi quel fiume l’ha navigato senza stare sulle rive, ma cercando di andare controcorrente. Passando dal Censis a dirigente ministeriale promotore della Legge 44 e delle Missioni di sviluppo (discusse con Bruno Trentin) che si proponevano di andare controcorrente con strategie post-fordiste, di promuovere l’imprenditorialità giovanile con anche missioni mirate nei ghetti urbani dell’emarginazione. Sino ai Patti territoriali che rivisti oggi, si potrebbero leggere come un tentativo di promuovere a sud il post-fordismo che aveva funzionato al centro-nord con i distretti del made in Italy. Di questo scorrere del fiume è rimasto un dibattito interessante con altri dirigenti ministeriali come Fabrizio Barca nei tentativi di Nuova programmazione sino alla creazione dell’Agenzia per la coesione territoriale. Non è casuale che un capitolo del libro affronti il ruolo delle classi dirigenti. Su questo nodo gordiano approda la risalita alla sorgente di Borgomeo, presidente della Fondazione con il Sud voluta da Giuseppe Guzzetti. Le fondazioni del nord che intervengono a sud più che sull’economico sul sociale. Ed è qui che Borgomeo taglia il nodo, rovesciando l’impronta caritatevole dentro e prima dell’economico, facendone un altro modello di sviluppo. Iniziando un terzo racconto tra intervento dello Stato e Mercato, mettendo in mezzo tra intervento straordinario e industrializzazione dall’alto «le dinamiche socio-culturali dei territori» non come ingombri, ma come risorse. Non a caso ripubblica come Fondazione il testo di Sebregondi Sullo sviluppo della società italiana che riletto con il paradigma dell’oggi sostiene che a fronte di flussi economici e istituzionali che impattano sul territorio, per cambiare, occorre prima guardare e mobilitare la coscienza di luogo. Anche oggi vale il Sebregondi richiamato da Borgomeo: «Una politica di sviluppo che non riesca a essere autosviluppo diviene un’imposizione o un’elargizione gratuita senza seguito». Questione che rimanda a quell’intelletto collettivo sociale che prima della Cassa del Mezzogiorno negli anni ’50 a sud, sperimentò il farsi operatori di comunità in quel lungo mezzogiorno raccontato da De Rita. Memoria scagliata nell’oggi con radicalità nella seconda parte del libro: «Le esperienze del sociale prima dell’economico». Storie di un altro Sud, microstorie rispetto alla potenza dei flussi. Accompagnate dalla Fondazione hanno gemmato Fondazioni di Comunità locali e progetti con tracce economiche che interrogano il modello di sviluppo, ma soprattutto hanno fatto emergere nella nebulosa del Terzo Settore un terziario riflessivo sociale in grado di progettare sviluppo inclusivo, negoziare con i flussi e farsi classe dirigente locale. Tracce di un possibile “ceto medio” che tiene assieme domanda di senso e di reddito, embrione di una composizione sociale mediana che si mette in mezzo tra disagio, emarginazione, povertà ed economia. Partendo da Sud può sembrare una eterotopia sperare in un terziario riflessivo sociale di ceto mediano che si mette in mezzo. Troveremo filamenti delle virtù civiche che vengono prima dell’economico di un terziario agente dentro la crisi ambientale e la rigenerazione urbana e il terziario riflessivo dei lavoratori della conoscenza nelle piattaforme produttive. Nella crisi del sociale, dell’ecologia, dei lavori e delle economie sul territorio, vi sono tracce di avanguardie agenti alla ricerca di senso e reddito oltre la malinconia.

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