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Segreti dell’algoritmo e decisioni politiche, alleanza da rivedere

Conoscere troppo può ostacolare la nostra effettiva comprensione dei fatti perché confusi da una massa crescente di dati e informazioni non riusciremo più distinguere gli indispensabili dai superflui

di Giovanna De Minico

(maciek905 - stock.adobe.com)

3' di lettura

Conoscere troppo può ostacolare la nostra effettiva comprensione dei fatti perché confusi da una massa crescente di dati e informazioni non riusciremo più distinguere gli indispensabili dai superflui. Ma anche ignorare le circostanze materiali ostacola il farsi di un’opinione consapevole perché l’acquisizione del fatto è un immancabile passaggio verso il pensiero più o meno maturo intorno a esso. Rispetto all’intelligenza artificiale il cittadino brancola ancora nel buio in quanto il decisore politico se ricorre alla mente meccanica per progettare un percorso politico sceglie di tenere chiusi nel suo cassetto gli elementi identitari dell’algoritmo: ingredienti compositivi, sistema per misurarli e propria logica di funzionamento. Ricordiamo che durante il governo Conte bis i 21 criteri impiegati dall’intelligenza artificiale per assegnare il colore alle regioni furono taciuti con lo stesso scrupolo che si presta a un segreto di Stato. Invece, dai 21 attori anonimi dipendeva, non la sicurezza dello Stato, bensì il colore dei territori e da esso l’entità della compressione alle nostre libertà. Qualche notizia iniziò a trapelare quando la Conferenza Stato-Regioni si oppose alla tirannia del criterio della curva pandemica e chiese di compensarlo con la capacità recettiva degli ospedali. Non era una questione teorica se dare la prevalenza al primo parametro o al secondo perché le regioni del nord, se fossero state colorate secondo la curva pandemica, avrebbero vestito un abito rosso; mentre quelle del sud, meno virtuose nell’ospitare i malati negli ospedali, ma in un primo momento ancora risparmiate dalla virulenza del Covid, avrebbero indossato abiti dai colori più miti.

Ebbene, questa scelta politica si è consumata all’insaputa dei cittadini, che in qualità di destinatari di diritti mortificati avrebbero potuto rivendicare la pretesa a conoscere e a contestare la formula magica del bilanciamento tra i criteri. Il vizio dell’omissione è un attributo costante del nostro decisore politico: lo assiste indipendentemente dal colore della maggioranza di riferimento. Infatti, è notizia di questi giorni che l’algoritmo in base al quale è stata scritta la graduatoria dei Dipartimenti di eccellenza degli Atenei è scarsamente visibile all’esterno e quel poco che si vede è scarsamente comprensibile. Sappiamo solo che questo algoritmo recupera in parte gli indici della VQR. Quindi, premia con più soldi per l’avvenire i Dipartimenti che nel triennio precedente si sono rivelati virtuosi nella ricerca; con ciò l’intelligenza conferma per il futuro la situazione del presente, negando ogni chance di successo a chi al momento non è un Ateneo da primo della classe. L’altra parte dell’algoritmo, quella più nebulosa, paragona i Dipartimenti di scienze dure con quelli delle discipline umanistiche; quindi, fa un minestrone dal sapore improbabile perché confronta grandezze incomparabili per diversità di natura o di dimensioni. Si pensi a un Dipartimento con pochi docenti, che, oberati di compiti didattici, non riescono a mantenere il livello di produzione scientifica dei stessi docenti appartenenti a Dipartimenti più ricchi di forza lavoro. L’algoritmo, o meglio chi lo ha disegnato, ha ridotto i 139 articoli della Costituzione a 138: con un colpo di spugna ha cancellato l’art. 3 della Cost., che esige l’applicazione di regole diverse a situazioni oggettivamente diverse.

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Si potrebbero in ipotesi anche condividere le rispettive scelte della ministra Messa o del ministro Spaventa, non anche il loro duplice silenzio. In primo luogo, i cittadini, destinatari delle regole, ignorano il percorso della decisione normativa che invece li riguarderà. E, se occasionalmente venissero a conoscenza dell’istruttoria algoritmica a loro dedicata, non potrebbero però impedire che taluni dati siano sovra-rappresentati contro altri sottovalutati, perché non hanno diritto di partecipare al rule-making algoritmico in modo da impostare correttamente la mente meccanica. L’intelligenza artificiale sta cambiando il modo di fare politica, non tanto perché offre una rappresentazione dei fatti rapida e presuntivamente obiettiva quanto per la sua porosità alle istanze delle classi di soggetti potenzialmente interessate alle previsioni algoritmiche. Il che pone alcuni problemi: come individuare il genus dei partecipanti, quale il tempo migliore per il loro ingresso nel processo legislativo e con quali modalità. Questioni queste, la cui esistenza è ignorata dal nostro legislatore, visto che continua a decidere nel segreto delle sue stanze; mentre fuori la rivoluzione digitale agita il vento. Se vogliamo evitare che questo vento spazzi via lo Stato di diritto, il vento va orientato a soffiare entro il perimetro costituzionale in modo che la democrazia, sensibile all’evoluzione tecnica, comporti che nuovi frammenti di collettività entrino e contribuiscano al farsi di una decisione politica, ormai divenuta algoritmica.

Professoressa di Diritto Costituzionale, Università Federico II, Napoli

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