un libro su gianni de michelis

Sei filoni d’azione di un socialista votato al nuovo

di Carlo Marroni

3' di lettura

«Attribuiamo qualità di statista a chi esercita la politica come arte nobile, destinata a far accadere ciò che altrimenti non accadrebbe, vale a dire costruire un futuro migliore, che, per realizzarsi, può anche dover disattendere le domande e gli interessi immediati degli elettori. Si parla per questo di bene comune, che prevale sulle convenienze elettorali». Parole che sembrano scritte per questi tempi difficili di continui cambi repentini nello scenario politico e di implosione di fenomeni elettorali che sembravano irreversibili.

Le scrive Giuliano Amato, che ricorda come questa qualità oggi sembri rarissima da quando chiunque faccia politica, «anche occupando posizioni di governo, sempre più si sintonizza con i propri elettori in modo da poterne assecondare gli umori, addirittura in tempo reale». Una testimonianza, quella dell’ex presidente del Consiglio e da qualche anno giudice costituzionale, che assieme a molte altre compone il volume da poco in libreria Il riformismo di Gianni De Michelis, (Marsilio, 325 pagine, 25 euro), a cura di Gennaro Acquaviva, presidente della Fondazione Socialismo, già Senatore e per molti anni uno dei più stretti collaboratori di Bettino Craxi.

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Il libro – con prefazione di Pietro Craveri – raccoglie molti contributi di politici, manager, professori e grand commis, suddivisi in sei grandi filoni, che hanno rappresentato l’esperienza politica di dirigente socialista e ministro di De Michelis, scomparso nel maggio 2019: l’azione nelle partecipazioni statali, il decreto sulla scala mobile, l’introduzione del giacimenti culturali, la modernizzazione di Venezia, la politica estera negli anni del crollo dell’Urss e la ricostruzione della classe dirigente del Psi negli anni cruciali dell’avvio della segreteria Craxi (1976-1980). Ebbene, per riallacciarci alle parole di Amato, De Michelis non affetto da presentismo, ma che al contrario agì per progetti a lungo termine senza badare alle convenienze elettorali.

Scrive Acquaviva, che tra l’altro fu uno degli artefici della revisione del Concordato con il Vaticano nel 1984: «In quei quattro anni (1976-1980), pur difficili e complicati per i socialisti, in cui questo rapporto si costruisce e trova modo di realizzarsi in esperienze ed espressioni positive, De Michelis svolge un ruolo di promozione, di sostegno, di guida che è fondamentale per l’avvio della costruzione di una forza socialista autonoma e preparata al nuovo». Un altro momento chiave della storia politica di De Michelis è il decreto detto di San Valentino sulla scala mobile del 14 febbraio 1984 che aveva stabilito il taglio di tre punti di contingenza.

Scrive nel libro Renato Brunetta, oggi ministro della Pubblica amministrazione e allora uno dei giovani e principali consiglieri di De Michelis: «Scoprimmo solo all’ultimo che era il giorno di San Valentino. Mi ricorderò sempre la redazione di questo accordo (alla base del decreto), un documentone alto una spanna. A Palazzo Chigi non c’erano ancora i computer, si andava di piano in piano, chi scriveva le prime dieci, le seconde dieci, le terze dieci, le quarte dieci pagine, su e giù per controllare e poi mettere tutto insieme, perché poi bisognava mandare per motociclista il testo concordato a tutte le parti sociali, (datori di lavoro e lavoratori) per la firma». Il Pci promosse nel 1985 il referendum abrogrativo, e a quel punto, ricorda sempre Amato, il presidente del Consiglio entrò direttamente nello scontro: «Craxi ci mise la testa e, caso davvero raro per un capo di governo che scommette sul risultato referendario, uscì alla fine vittorioso». Ogni riferimento a fatti recenti forse non è casuale.

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