manovra in corso

Sei ritocchi per evitare un 2018 di tax-crash

di Marco Mobili e Salvatore Padula

(Fotolia)

4' di lettura

La manovra di bilancio porterà, come di consueto, un imponente carico di novità fiscali per imprese, professionisti e famiglie. È vero che tanto il decreto legge collegato quanto il disegno di legge di Bilancio sembrano far rivivere quei provvedimenti omnibus che non si vedevano da molti anni. Ma è altrettanto vero che le disposizioni di carattere fiscale occupano un posto di primo piano nella manovra, sia nei 66 articoli del decreto legge (per la precisione, gli articoli sono 21, più che triplicati in sede di conversione con l’aggiunta di svariati bis, ter, quater e persino il “quinquiesdecies” dell’articolo 19) sia negli attuali 686 commi dell’articolo unico del Ddl di Bilancio (destinati a lievitare ancora alla Camera).

Considerato il punto di partenza – ovvero la sterilizzazione dei 15,7 miliardi di euro della clausola di salvaguardia, che diventa peraltro un’eredità pesantissima per il prossimo governo – non si possono non apprezzare gli sforzi fatti guardando sia alle misure per lo sviluppo (industria 4.0, sgravi per chi assume giovani, i bonus edilizi rinnovati) sia a qualche piccolo raggio di luce sulla via delle semplificazioni fiscali.

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Bene la soppressione dell’obbligo di stampa dei registri Iva; positivo il fatto che non servirà più un Dpcm per spostare i termini degli adempimenti ma basterà un provvedimento del direttore delle Entrate; dovute le correzioni sullo spesometro, compreso l’azzeramento delle sanzioni per i vecchi invii (quelli effettuati nei giorni del grande caos di ottobre).

Con un distinguo che, però, non può essere taciuto. Perché l’apprezzamento per le cose fatte non deve distogliere l’attenzione da ciò che resta da fare. Il Ddl di Bilancio è probabilmente l’ultimo provvedimento economico all’esame del Parlamento. Da qui alla sua approvazione ci sono due settimane ad alta intensità che possono, anzi devono essere utilizzate anche per completare alcuni interventi e per rimediare ad alcuni errori e incongruità.

1. Partiamo proprio dalle sanzioni sullo spesometro. La norma dice che non si applicheranno penalità sui vecchi invii errati a condizione che entro il 28 febbraio 2018 venga effettuato un invio corretto. Scelta lineare, che presuppone che il contribuente sia consapevole dell’errore che ha commesso nell’invio di ottobre. Ma è sempre così? Il contribuente e/o il suo consulente sanno di aver commesso un errore? E se qualcuno non sapesse di avere sbagliato? Come si può pretendere che qualcuno corregga un errore che non sa di aver commesso? La verità è che, nei fatti, si stanno costringendo i contribuenti a un ulteriore adempimento. Forse è meglio trovare una soluzione migliore per evitare l’applicazione delle sanzioni.

2. Un ripensamento merita anche la norma del Ddl di Bilancio che modifica in senso restrittivo i criteri di deducibilità degli interessi passivi. In pratica, le imprese che hanno partecipazioni all’estero saranno penalizzate sulla deducibilità degli interessi passivi. Di più: la penalizzazione sarà retroattiva, con effetto dall’anno di imposta 2017, facendo come al solito carta straccia del sempre più violato Statuto dei diritti del contribuente. Non un dramma, si dirà. Sbagliato. Allargarsi su altri mercati, avviare attività all’estero, acquisire partecipazioni oltreconfine è stata una delle modalità che ha consentito al nostro settore industriale di reagire alla crisi. E noi oggi che cosa facciamo? Scegliamo di penalizzare le imprese che hanno scommesso sull’internazionalizzazione. Una scelta miope da correggere senza esitazione.

3. Poi c’è l’Iva. Tema già rovente per la combinazione tra split payment sempre più diffuso e rimborsi che non sempre viaggiano alla velocità auspicabile. Ad aggravare il tutto, c’è la norma (Dl 50 di aprile) che ha ridotto a 4 mesi il termine per esercitare il diritto alla detrazione Iva (nel resto d’Europa, si va da 4 anni a 2 anni, come era in precedenza anche in Italia). Risultato: se questa operazione non viene svolta entro aprile, si rischia di perdere il diritto alla detrazione. Tradotto, significa perdite milionarie per molte imprese, specie le più grandi. È il solito copione: il sistema produttivo è usato come il “bancomat” a tasso zero del bilancio pubblico. Sembra che nessuno si renda conto che in questo modo si mettono le imprese in difficoltà finanziaria. Urge un ripensamento: se non si può tornare a due anni se ne conceda almeno uno.

4. Con la sterilizzazione per un anno dell’Iri, l’imposta sul reddito imprenditoriale, si è dato un colpo di freno alle misure destinate a un’enorme platea dei contribuenti di dimensioni medio-piccole (tra l’altro, non dimentichiamo i problemi di chi ha versato il primo acconto immaginando che avrebbe optato per l’Iri). Un altro brutto colpo arriverà se non si troverà una soluzione al problema del riporto delle perdite per il regime di cassa. Anche in questo caso un rimedio è urgente, altrimenti si rischia di vanificare il vantaggio e l’appeal di questo regime.

5. Il contenzioso tributario avrebbe bisogno di un radicale intervento di riforma. Nell’attesa, però, conviene valutare l’opportunità di riaprire i termini per la procedura di chiusura agevolata delle liti. In effetti, con il Dl 148 è stata approvata una nuova edizione della rottamazione delle cartelle esattoriali. Il che, come suggerisce l’unione nazionale delle camere degli avvocati tributaristi (Uncat), finisce per creare un’evidente discriminazione perché, in caso di contenzioso aperto, il contribuente per aderire alla rottamazione deve rinunciare alla lite, accettando il pagamento integrale delle somme non iscritte a ruolo. Le sanatorie, lo diciamo sempre, non piacciono a nessuno. Ma se si fanno, vanno almeno fatte bene e possibilmente devono essere coordinate tra loro.

6. Apprezzata da imprese e professionisti è una norma molto tecnica sull’articolo 20 dell’imposta di registro, inserita nel Ddl di Bilancio. Viene chiarito che il conferimento di azienda seguito dalla cessione delle partecipazioni non può essere qualificato come cessione di azienda, assoggettata a imposta proporzionale di registro. Si tratta di un problema che, nell’incertezza del regime fiscale, sta bloccando una serie di operazioni societarie. Ora arriva la schiarita. Ma per il passato, che cosa succede? Succede che per evitare confusione e per evitare che per i prossimi tre-quattro anni si stia a disquisire sulla natura di questa opportuna misura, conviene che la Camera si metta una mano sulla coscienza e finisca il lavoro già iniziato: scrivendo nero su bianco che questa norma si applica anche per il passato. Ci eviteremo qualche migliaio di inutili liti tributarie.

Due settimane di intenso lavoro parlamentare sono più che sufficienti per sistemare queste (e altre) storture del sistema senza necessariamente inseguire semplificazioni a costo zero che come spesso accade sono anche a risultato zero.

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