Semine in ritardo per cereali e grano duro: a rischio la qualità
Dopo la raccolta 2023 fortemente ridimensionata rispetto alle attese iniziali (da 4,8 a 4,1 milioni di tonnellate) per l’anno prossimo stime pessimistiche e aumento previsto dell’ import
di Alessio Romeo
4' di lettura
A pochi giorni dalle celebrazioni della giornata mondiale della pasta con nuovi record di fatturato, l’autosufficienza degli approvvigionamenti di frumento duro alla base della sua produzione resta per l’Italia sempre più un miraggio. Crisi climatica e caro costi rischiano di ipotecare gli investimenti alla vigilia delle semine invernali, dopo una campagna 2023 fortemente ridimensionata rispetto alle attese iniziali per quantità (riviste al ribasso da 4,8 a 4,1 milioni di tonnellate) e qualità.
A guidare le intenzioni di semina sono sempre i prezzi: nonostante un livello ancora superiore alla media sono crollati del 30% dal picco raggiunto lo scorso anno al culmine di un’annata eccezionale, mentre i costi di produzione negli ultimi 12 mesi sono scesi solo del 3% secondo le rilevazioni Ismea.
In prospettiva, pesa sulle scelte di investimento degli agricoltori anche la confusione generata dalla nuova Politica agricola comune che impone, per ottenere il 100% dei premi Ue, il divieto della monosuccessione colturale a partire dal 2024. Con il paradosso (che in parte si sta già verificando) che molti produttori potrebbero rinunciare a una parte di aiuto.
I ribassi del grano duro
Nelle ultime settimane il grano duro ha scontato ribassi legati ai problemi qualitativi dell’ultimo raccolto (e agli arrivi dalla Turchia), ma le scorte ai minimi storici potrebbero contribuire a mantenere le quotazioni relativamente elevate rispetto a grano tenero e mais.
Intanto però le nuove semine sono in ritardo. Il grande caldo soprattutto al Sud, nelle aree storicamente più vocate, sta portando a uno slittamento di almeno 20 giorni rispetto ai tradizionali programmi degli agricoltori; al Nord, emerge un calo degli investimenti a favore del grano tenero. «Il problema – spiega Enzo Martinelli, presidente della sezione molini a grano duro di Italmopa, l’associazione dell’industria molitoria nazionale, titolare di un molino a San Nicola di Melfi e anche cerealicoltore – è che al Sud ci sono ancora 30 gradi, anche se le ultime piogge sono positive. Le semine potrebbero attestarsi sul livello dello scorso anno ma la qualità dipenderà dal clima: quest’anno abbiamo un grano italiano di qualità pessima; grazie al know how dei molini riusciamo a lavorarlo, e a sopperire con le scorte di ottima qualità dello scorso anno. Il differenziale elevato dei prezzi con gli altri cereali salverà le semine»
« Però – continua Martinelli – va ricordato che quest’anno le piogge hanno danneggiato quantità e qualità del raccolto, facendo calare le rese molitorie, e questo sarà un problema per il 100% Made in Italy. È importante ribadire che l’origine del grano non è sinonimo di qualità: spesso siamo disposti a pagare il doppio il grano importato per poter ottenere la miglior qualità delle semole, che deve corrispondere al capitolato d’acquisto dei pastifici. Il discorso sull’origine non fa altro che legarci le mani, ce lo siamo inventati per agevolare i produttori italiani, e questo è positivo perché ha avviato un processo virtuoso sulla qualità e sui contratti di filiera, ma ci mette in difficoltà perché l’import è necessario per mantenere la qualità. Criminalizzare le importazioni – conclude – è deleterio: il grano più controllato è quello che importiamo, anche perché quando arriva la nave lo abbiamo già pagato. Il 60% della pasta va all’estero, dove il consumatore è disposto a pagare di più ma non il doppio».
Sul mercato il crollo del 30% della produzione canadese di grano duro è stato parzialmente compensato dalla comparsa tra i paesi esportatori della Turchia, con un raccolto record di 4,1 milioni di tonnellate di cui però solo 1,2 destinate all’export, ma a prezzi più che competitivi complice la svalutazione della lira turca. L’Italia ha visto crescere nei primi sette mesi del 2023 le proprie importazioni del 65%; il deficit strutturale del 40% rispetto al fabbisogno industriale è coperto principalmente da Canada, paesi Ue, Kazakistan, Russia e Stati Uniti.
La tenuta del tenero
Nel comparto del grano tenero, dove il deficit arriva al 60%, è attesa una sostanziale tenuta degli investimenti. Mentre su scala globale, l’eterogeneità dei raccolti nelle principali aree produttive sta alimentando – segnala Areté, società di consulenza specializzata nell’agribusiness – un ulteriore aumento degli spread tra i prezzi dei cereali con mais e grano tenero che scontano gli abbondanti raccolti rispettivamente di Stati Uniti e Russia. Per il mais le ultime valutazione dell’Igc (International grains council) indicano una crescita del 5,2% dei raccolti globali a 1,22 miliardi di tonnellate, nonostante il peggioramento delle stime sul Canada a causa della siccità. Il consumo mondiale ai massimi di sempre con 1,2 miliardi di tonnellate (+2,9%), di cui 722 milioni destinati all’alimentazione (+3,3%) e 308 milioni agli usi industriali (+1,3%), compresi quelli energetici, dovrebbe portare gli stock mondiali a quota 288,7 milioni di tonnellate (+5,1%), con le scorte Usa in aumento del 62,7% a 60 milioni di tonnellate, ai massimi da oltre un decennio. Tutti fattori ribassisti che nel Regno Unito, uniti al peggioramento della redditività, stanno spingendo molti agricoltori ad abbandonare parte dei raccolti, per evitare ulteriori aggravi dei costi dovuti al caro-gasolio.
In Italia, segnala l’Ismea , il recupero dell’offerta nazionale, con una produzione prevista di 5,2 milioni (+10,2%) «è ben lontano dal consentire la riduzione dell’import necessario a soddisfare la domanda dell’industria mangimistica». Lo scorso anno gli acquisti esteri hanno superato di gran lunga la produzione interna sfiorando i 7 milioni di tonnellate; nei primi sette mesi del 2023 sono cresciuti del 5% oltre 3,8 milioni. Considerando un deficit ormai strutturale superiore al 50%, è ipotizzabile che nella nuova campagna 2023-24 le importazioni raggiungano (almeno) quota 6 milioni di tonnellate.
Volatilità per tutte le coltivazioni
Le uniche certezze riguardano l’aumento generalizzato dei costi, dai carburanti ai fertilizzanti, fino al packaging. «Veniamo da almeno tre annate di mercati estremamente difficili – spiega Enrica Gentile, amministratore delegato di Areté – in cui gli effetti delle tensioni geopolitiche, con l’impennata (tra gli altri) dei costi energetici, si sono sommati a casi, molti e gravi, di fenomeni meteo che hanno falcidiato le produzioni in molte aree importanti esportatrici di commodity. Si pensi all’olio d’oliva, al grano duro, al cacao, ma i casi da citare sarebbero molti altri. La ricostituzione delle scorte richiede tempo e annate favorevoli, ragione per la quale ci aspettiamo un 2024 ancora soggetto a grande volatilità, nel quale una ripresa della domanda potrebbe riportare in tensione anche mercati che stanno rallentando, con prezzi che comunque sono lontani dal tornare ai livelli pre crisi».
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