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Sempre meno aziende a Torino, ma aumentano le sale giochi

di Augusto Grandi


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2' di lettura

I grandi discorsi sulla ripresa dell’economia torinese si infrangono sul dato di realtà. E la Camera di Commercio di Torino si ritrova a certificare un altro anno di stagnazione, evidenziato dall’ennesimo calo delle imprese registrate: 223.307 in totale, con una flessione di 1.712 rispetto al 2015. Calano le nuove iscrizioni, a dimostrazione di una minor voglia di fare impresa. Anche non considerando le cessazioni di ufficio, la crescita sarebbe ridotta allo 0,07% a fronte di una media nazionale dello 0,68% mentre Roma cresce del 2,1%, Napoli dell’1,9% e Milano dell’1,5%.

Anche l’andamento dei settori non suscita particolare ottimismo. Crescono dell’1,8% le imprese che si occupano di servizi alla persona, con un boom delle sala da gioco (+31,5%) e delle slot machine (+15,2%). Vincenzo Ilotte, presidente dell’ente camerale torinese, ha invitato ad un’analisi su questo dato, significativo di una città che confina le speranze nell’azzardo visto che ha perso la fiducia nella realtà. Ma aumentano anche i saloni di bellezza per umani e per cani, oltre alle attività di percing e tatuaggi.

Il turismo rallenta sensibilmente, ma cresce ancora (+0,3%) nonostante una flessione dei bar, ampiamente compensata dai rifugi di montagna, dai B&B, dalla ristorazione tradizionale e con cibi da asporto. In calo il commercio, le costruzioni, i servizi alle imprese, le attività industriali. E dimnuiscono anche le imprese agricole, nonostante un forte incremento (+13,3%) di quelle giovanili. E a proposito dei giovani, si riscontra una prosecuzione del trend negativo. Manca la fiducia nel futuro, mancano le condizioni per fare impresa anche in una realtà come quella torinese caratterizzata da elevati livelli di disoccupazione giovanile.

Male anche l’artigianato, con le associazioni che chiedono più analisi e studi per comprendere gli sviluppi futuri, proprio mentre si tende a tagliare il personale degli uffici studi. Gli unici aspetti positivi riguardano la tenuta delle nuove aziende: a un anno dalla costituzione sopravvive l’88% delle imprese (era l’87% nel 2015) ma dopo tre anni sopravvive solo il 67% delle aziende.

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