accordi tra paesi e multinazionali

Sempre più tax ruling. Così gli Stati Ue si fanno concorrenza fiscale

di Angelo Mincuzzi

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(Ap)


4' di lettura

Cresce il numero di accordi fiscali tra imprese multinazionali e paesi dell'Unione europea. Il numero dei tax ruling (o Apa, Advanced pricing agreements, la tipologia di accordo più diffusa) firmati da Stati membri della Ue è aumentato del 64% tra il 2015 e il 2016 (ultimi dati disponibili), salendo da 1.252 a 2.053. Le cifre sono state comunicate dal Joint transfer pricing forum della Commissione europea durante la riunione dell'8 marzo a Bruxelles. Secondo i dati della Commissione Ue, il Belgio presentava alla fine del 2016 il maggior numero di Apa unilaterali in vigore (1.081), raddoppiando il numero dei ruling del 2015 e facendo indietreggiare in seconda posizione il Lussemburgo (con 599 tax ruling).

Il monitoraggio del Joint transfer pricing forum è purtroppo parziale ed esclude numerosi paesi, come Bulgaria, Croazia, Cipro, Estonia, Malta e Slovenia.
Tra le assenze più importanti c'è l'Olanda, che non fornisce i dati sugli Apa unilaterali esistenti. Ma secondo la rete Eurodad, la seconda posizione nella Ue andrebbe assegnata proprio ai Paesi Bassi.

L'Italia con 73 accordi Apa unilaterali alla fine del 2016 (su un totale di 78 ruling comprensivi di 5 Apa bilaterali e multilaterali) si posiziona nella parte alta della ipotetica classifica, con un aumento rispetto al 2015, quando gli accordi erano stati 61.

Cosa sono i tax ruling
I tax ruling sono un istituto attraverso il quale le multinazionali possono concordare con le autorità fiscali di un Paese il trattamento fiscale per un periodo di tempo determinato. Attraverso un ruling una multinazionale può ad esempio ottenere l'avallo di un'autorità fiscale sul modo in cui stabilisce i prezzi infra-gruppo (i cosiddetti prezzi di trasferimento) per le transazioni in beni e servizi scambiati tra le sue diverse società, come nel caso degli Apa.

Attraverso il ruling una multinazionale può anche ottenere certezza sul modo in cui un Paese tratterà fiscalmente l'erogazione, alle società del gruppo non residenti nel Paese stesso, di dividendi, royalties, pagamenti per interessi. Con un ruling una multinazionale non residente può anche accertarsi sulla corretta interpretazione delle norme di un Paese relative all'attribuzione di utili o perdite a una propria stabile organizzazione nel Paese.

In teoria, gli accordi preventivi servono quindi a evitare possibili contenziosi tra una multinazionale e uno Stato su alcune pratiche societarie potenzialmente qualificabili come elusive. Tra queste, la manipolazione da parte dei colossi multinazionali dei prezzi infra-gruppo (transfer mispricing), il ricorso a strategie di trasferimento di utili da uno Stato all'altro sotto forma di pagamenti di dividendi, interessi, royalties e altre componenti del reddito d'impresa o l'occultamento di una propria stabile organizzazione in un Paese cui dovrebbero essere attribuiti gli utili generati dal colosso nel Paese e su cui la multinazionale dovrebbe pagarvi le imposte.

Le indagini europee
Insomma, in teoria i tax ruling non sono uno strumento negativo ma sono utili a dare certezze alle imprese. Sempre più spesso però si rivelano uno strumento che permette alle multinazionali di ridurre drasticamente il proprio carico fiscale globale.

Lo dimostrano alcuni casi saliti alla ribalta internazionale, come lo scandalo Luxleaks del 2015, che ha portato alla luce oltre 548 accordi fiscali siglati tra il 2002 e il 2010 tra oltre 300 gruppi multinazionali (tra cui Pepsi, Ikea, Deutsche Bank, Apple) e le autorità fiscali del Lussemburgo. Accordi che hanno favorito schemi di pianificazione fiscale aggressiva incentivando un trasferimento verso il Lussemburgo di profitti realizzati in giurisdizioni a più alta fiscalità in cambio del pagamento di un'aliquota effettiva irrisoria, spesso inferiore all'1% degli utili dichiarati.

Negli ultimi tre anni hanno destano scalpore anche le indagini dell'Antitrust europeo sui tax ruling concessi da alcuni Stati membri della Ue e le decisioni della Commissione europea di considerare alcuni degli accordi come aiuti di Stato illegali.

Tra i casi più emblematici figurano le decisioni della Commissione sui ruling concessi nel 2007 dall'Olanda a Starbucks e nel 2012 dal Lussemburgo a Fca, il ruling del 2003 del Lussemburgo a favore di Amazon o il caso della Apple, arrivata a versare nel 2014 lo 0,005% degli utili registrati in Irlanda con un beneficio fiscale indebito stimato dalla Commissione in 13 miliardi di euro per il periodo 2003-2014. Tutte le compagnie e gli Stati coinvolti hanno fatto ricorso contro le decisioni della Commissione europea presso la Corte di giustizia della Ue.
Nei prossimi mesi sono attese anche le decisioni dell'Antritrust sui ruling lussemburghesi a favore di Engie (ex Gdf) e McDonald's e sui ruling dell'Olanda a favore di Ikea.

Oxfam e Eurodad: occorre più trasparenza
«I cittadini-contribuenti e altri attori economici, come le piccole e medie imprese, avrebbero tutto il diritto di conoscere e giudicare i trattamenti fiscali che le autorità nazionali riservano a una “categoria a sé” di contribuenti rappresentata dalle grandi corporation», commenta Mikhail Maslennikov, policy advisor sulla giustizia fiscale di Oxfam Italia. «Sempre più spesso infatti - aggiunge Maslennikov – i ruling segreti dei Paesi Ue si rivelano come un tassello fondamentale per la pianificazione fiscale aggressiva delle multinazionali, facilitandone il profit-shifting verso giurisdizioni dal fisco amico e garantendo un trattamento fiscale ad hoc ai grandi colossi che vedono ridursi considerevolmente le proprie aliquote effettive. Da istituto di certezza fiscale i ruling diventano così uno strumento di concorrenza al ribasso a disposizione degli Stati».

Secondo Tove Maria Ryding, coordinatore del team di giustizia fiscale del netwrok europeo Eurodad, «i ruling segreti pongono seri interrogativi sul fairplay fiscale. I numeri della Commissione sono impressionanti e non sembra che gli scandali fiscali degli ultimi anni abbiano fatto desistere i Paesi della Ue dal siglare accordi confidenziali con le multinazionali».

Il Belgio, l'Olanda e il Lussemburgo figurano (insieme a Cipro, Irlanda, Ungheria e Malta) tra i sette Paesi Ue criticati dalla Commissione nel suo Winter Package (pubblicato lo scorso 7 marzo) per le politiche fiscali aggressive che esacerbano la concorrenza fiscale tra i paesi dell'Unione.

Per la prima volta la Commissione europea, che non ha prerogative sulle scelte in materia fiscale dei Paesi della Ue, ha lanciato un segnale d'allarme sulla concorrenza sleale in materia di fiscalità d'impresa all'interno dell'Unione.

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