Opinioni del Sole

Senza equità e conti in ordine crescita e welfare sono a rischio

di Pietro Reichlin


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4' di lettura

La solidità dello Stato sociale si basa su due pilastri: l’equità “orizzontale” del carico e dei benefici fiscali e la stabilità dei conti pubblici. Il primo principio significa che i cittadini nella stessa situazione economica devono essere trattati dal fisco nello stesso modo, e la stabilità dei conti significa che la spesa sociale non deve gravare in misura progressivamente maggiore sulle generazioni future. Se mancano queste condizioni, il patto sociale salta, e i cittadini perdono ogni appetito per la solidarietà. Il successo di Ronald Reagan e Margaret Thatcher negli Anni 80 fu in gran parte dovuto alla percezione comune che lo Stato sociale disegnato nel dopoguerra fosse diventato iniquo e insostenibile, una conseguenza delle trasformazioni tecnologiche e demografiche degli Anni 70.

La Lega e il M5S hanno proposto agli italiani un programma di governo impostato su tre misure-bandiera: Reddito di Cittadinanza (RdC), Quota 100 e Flat Tax. Si tratta di politiche che possono modificare in modo rilevante il nostro Stato sociale, ma non in meglio. Un primo problema è che queste misure non hanno, per il momento, coperture certe. Secondo il Documento di economia e finanza del 2019 esse saranno finanziate da aumenti dell’Iva, ma pochi credono che questi aumenti saranno realizzati. Nel frattempo, dal 2019 al 2022, le prestazioni sociali aumenteranno di oltre 48 miliardi (+0,8% di Pil all’anno) e la cosiddetta Flat tax progettata dalla lega farebbe lievitare il buco di bilancio di altri 17 miliardi all’anno. Ma la stabilità dei conti non è l’unico problema. Le misure del governo rischiano di creare ingiuste sperequazioni tra cittadini, di scoraggiare la ricerca di un lavoro e di incentivare il sommerso. In altre parole, esse creano un complesso sistema di benefici e aliquote fiscali che minano il principio dell’equità orizzontale e dell’efficienza.

In linea teorica, il RdC e la Flat tax hanno una logica comune: quella di rendere i trasferimenti e le imposte non condizionati alla situazione economica e al reddito dei cittadini. Ma una misura di questo tipo non esiste in nessun Paese avanzato, perché richiede un forte abbattimento della spesa pubblica complessiva e l’eliminazione degli ammortizzatori sociali tradizionali. Forse perché consapevoli dell’impopolarità di tale obiettivo, il governo ha trasformato il RdC in un ibrido tra un sussidio di disoccupazione e un sostegno al reddito, e la Flat tax in una rimodulazione delle aliquote.

Per quanto riguarda il RdC, l’idea di misurare la povertà e il disagio sociale con un reddito minimo uniforme su scala nazionale avvantaggia i nuclei familiari poco numerosi residenti dove il costo della vita e i salari sono più bassi e dove esistono scarse opportunità di lavoro. Ciò alimenta la trappola della povertà, il lavoro nero e la dipendenza economica. Il paradosso è che molti beneficiari del reddito o della pensione di cittadinanza otterranno trasferimenti pari o poco inferiori ai redditi di chi lavora, o di chi riceve una pensione “pagata” da contributi già versati. Al netto di tali problemi, non è chiaro perché il governo abbia ritenuto necessario introdurre una nuova misura di contrasto alla povertà e alla disoccupazione.

Secondo i dati dell’Ocse, la nostra spesa sociale è già oggi pari a circa il 28% del Pil, seconda solo a quella di Francia, Finlandia e Belgio, e superiore a quella di Austria, Svezia e Germania. L’Italia dispone di una cornice piuttosto ampia di ammortizzatori sociali (Reddito d’Inclusione, Cig, Naspi, assegno di ricollocazione) che potevano essere migliorati, rimodulati e finanziati in misura maggiore. Il problema non è, quindi, aggiungere nuovi strumenti, ma, piuttosto, rendere più efficaci quelli esistenti. Quota 100 è un ostacolo a questo obiettivo, perché sbilancia ancora di più la spesa sociale verso le pensioni, uno squilibrio che ci rende anomali nel panorama europeo e che i precedenti governi avevano cercato di correggere.

Infine, la Flat tax aumenta gli incentivi all’evasione perché crea regimi differenziati in base a categorie professionali (dipendenti e autonomi) e ampi scalini tra le aliquote marginali. Se sei un professionista con un reddito imponibile di 65mila euro paghi 9.700 euro di imposte, se sei un lavoratore dipendente con pari imponibile, o un professionista con un imponibile di 66mila euro, paghi al fisco oltre 21mila euro. Occorre ricordare che il grosso del gettito Irpef ricade oggi su una platea molto ridotta di contribuenti (in gran parte lavoratori dipendenti), molti dei quali hanno redditi non elevati.

Il complesso delle aliquote formali e delle detrazioni genera un sistema caratterizzato approssimativamente da due aliquote effettive. Dunque, aumentare la soglia di reddito oltre la quale si paga l’aliquota maggiore (come sembra prevedere il programma di governo) ed esentare le partite Iva con redditi inferiori ai 100mila euro dall’imposizione Irpef ordinaria significa spostare il grosso del carico fiscale sul lavoro dipendente, sulle classi medie e sui professionisti che operano in ambiti societari più produttivi e di maggiore dimensioni. Non un grande aiuto alla crescita economica e all’equità sociale.

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