intelligenza artificiale

Senza etica e responsabilità non c’è progresso

di Enrico Cereda


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3' di lettura

L’Artificial intelligence (Ai), per la vastità delle sue possibili applicazioni oltre alla spiccata attitudine a migliorare efficienza e produttività, appare come una delle innovazioni più promettenti di questo periodo storico. Un’era che da molti viene identificata come quella guidata dai dati.

La crescente capacità di calcolo, specie quella basata su cloud, assieme alla grande diffusione di dispositivi interconnessi tra loro, ci rende ormai capaci di raccogliere e analizzare enormi quantità di dati come mai era successo in passato. La crescita dell’Intelligenza artificiale, sostenuta dalla promessa di produrre numerosi benefici in svariati ambiti, supportando decisioni migliori, sembra quindi essere inarrestabile. Più dati conosciamo e siamo in grado di analizzare, più intelligenti diventiamo noi e il nostro lavoro.

Dalla logistica alla gestione dei trasporti, dal supporto per i professionisti al controllo della filiera agroalimentare, dai servizi per i cittadini fino all’efficientamento dei processi produttivi, gli algoritmi sono in grado di aiutarci a cambiare il mondo in meglio.

Non da soli, però, e certamente non se privi di una governance aperta, condivisa e condivisibile. Etica, responsabilità e trasparenza debbono essere i princìpi-guida di questo progresso. Un’etica che riconduca l’Intelligenza artificiale a un supporto per le competenze umane e non a uno strumento di sostituzione per i professionisti; una responsabilità che protegga e rispetti la privacy e la proprietà intellettuale dei dati; una trasparenza che imponga a chi “costruisce” la Ai di spiegare sempre sulla base di quali meccanismi vengono prese le decisioni. Inoltre, è indispensabile lo sviluppo di nuove competenze professionali che siano capaci di cogliere le potenzialità offerte dalla Ai, oltre a contribuire al riequilibrio delle disparità salariali e occupazionali. Il futuro del lavoro è una delle questioni più urgenti della quarta rivoluzione industriale: alcune mansioni spariranno, altre nasceranno, tutte cambieranno per sempre.

Saremo capaci di portare benefici a tutti e non solo a pochi, se etica, responsabilità e trasparenza diventeranno i pilastri dello sviluppo innovativo presente e futuro. In caso contrario, le peggiori paure di chi teme e non abbraccia la quarta rivoluzione industriale potrebbero rivelarsi fondate. Le diseguaglianze, che già oggi sono un fenomeno negativo in espansione, possono trovare nel connubio tra intelligenze, umana e artificiale, un validissimo antidoto o un pericoloso moltiplicatore. Dipende da noi, dalle scelte di oggi che condizioneranno il nostro futuro.

Gli algoritmi su cui si basano le intelligenze artificiali sono efficaci, e lo saranno sempre di più, nel raggiungere specifici obiettivi in ambiti ben delineati. Nel farlo, gli algoritmi si troveranno sempre più di fronte a delle scelte. Come si comporteranno? Come possiamo evitare che i pregiudizi e le convinzioni dei loro programmatori vengano trasmessi alle intelligenze artificiali e, quindi, moltiplicati in modo esponenziale?

Immaginate che cosa accadrebbe se un assistente virtuale basato su Ai fosse stato programmato per individuare candidati professionali sulla base dei pregiudizi del suo programmatore: sceglierebbe solo candidati di un certo genere, discriminando gli altri? Oppure, pensate a un’automobile dotata di guida autonoma istruita da chi non ha simpatia per gli anziani: in caso di incidente sceglierebbe di sacrificare la vita di chi ha superato una certa età?

Abbiamo bisogno di una tecnologia di cui ci si possa fidare, anche se viviamo in un contesto storico in cui i perimetri della fiducia e dell’affidabilità sono stati messi a dura prova. Aggiungiamo anche che non esiste una soluzione universale per le questioni etiche relative all’intelligenza artificiale. Situazioni diverse possono sollevare problematiche differenti: è necessario, perciò, soffermarsi sui vari ambiti di applicazione. Ben venga, quindi, l’iniziativa presa in seno all’Europa di dar vita a un codice etico per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Le linee guida tracciate, vanno a sicuro vantaggio di una riflessione necessaria e opportuna.

Anche nel mondo degli affari. Da un recente studio condotto su 5mila manager emerge che il 60% di loro ha difficoltà nell’adozione dell’Intelligenza artificiale a causa di problemi relativi a fiducia e compliance. Anche il mondo del fare, quindi, non potrà beneficiare appieno di queste innovazioni fino a quando non saranno stati chiariti i capisaldi di etica, responsabilità e trasparenza. L’evoluzione innovativa non produrrà benefici equilibrati se non sarà accompagnata da una matura presa di coscienza del suo impatto sulla società.
Presidente e ad Ibm Italia

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