La gestione dei grandi patrimoni

intermediari attivi

Senza fiduciaria la gestione diventa più complicata

di Gaia Giorgio Fedi


2' di lettura

Quando si parla di clientela con ricchezze transnazionali entra in gioco il ruolo delle società fiduciarie il cui lavoro è essenziale per il private banking e viceversa. Negli anni la loro fisionomia è cambiata, anche grazie a incisivi interventi normativi che ne hanno ridisegnato compiti e confini. Per esempio, negli anni 90 è stato fatto un lavoro complesso per rendere compatibile l’attività di interposizione fiduciaria con l’erogazione di servizi di investimento.

Per Fabio Marchetti, docente di diritto tributario alla Luiss e presidente di Assofiduciaria, la storia e l’evoluzione dell’attività fiduciaria si può suddividere in tre periodi: «Un primo periodo che va dal 1939 al 1991 (la nascita); un secondo periodo che va dal 1991 al 2016 (la giovinezza) e un terzo periodo che prende avvio dal 2016 (la maturità)».

Nella prima fase, dopo la legge istitutiva, le fiduciarie svolgevano attività di amministrazione (“statica”, cioè come intestazione fiduciaria) di beni per conto terzi e rappresentanza dei portatori di azioni e obbligazioni. Nel 1991 «le società fiduciarie di gestione («dinamiche») furono ricondotte alle Sim e si operò una netta separazione con le società fiduciarie di amministrazione («statiche»)», spiega Marchetti, aggiungendo che successivamente ci sono stati diversi interventi normativi che hanno fatto evolvere ulteriormente il panorama delle fiduciarie. L’ultimo passaggio, nel 2016 con la Legge Dopo di noi, ha disciplinato il contratto di affidamento fiduciario affermando la segregazione del patrimonio.

I CENTRI DI RICAVO
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«La grande crescita delle masse fiduciarie – e di conseguenza lo sviluppo di servizi sempre più sofisticati – è legata soprattutto alle varie edizioni dello scudo fiscale e, da ultimo, alla voluntary disclosure», commenta Filippo Cappio, direttore generale di Unione Fiduciaria. «L’importanza del ruolo delle fiduciarie nel rapporto con clientela con patrimoni transnazionali si è affermata in questa ultima fase, grazie anche alla novità dell’albo 106, che ha creato una netta dicotomia tra fiduciarie istituite dalle legge del ’39 e fiduciarie che oltre a essere vigilate dal ministero sono anche vigilate dalla Banca d’Italia», aggiunge Cappio. L’esperto ha spiegato che quando ci sono asset transnazionali ci sono comunque adempimenti complessi, in primo luogo dichiarativi e fiscali. «Operazioni complesse che possono essere risolte dall’intestazione fiduciaria, soprattutto quando il cliente ha più relazioni con più intermediari, più asset su varie giurisdizioni: la fiduciaria non solo può compensare minus e plusvalenze ma anche fornire una reportistica sulla posizione complessiva del cliente», argomenta Cappio, decrivendo l’aggregazione patrimoniale come la maggiore sfida oggi per le fiduciarie. Inoltre, può occuparsi del recupero dell’eccesso di tassazione dovuto alla doppia imposizione, assolvere a obblighi e dichiarazioni connesse al monitoraggio fiscale (per esempio in caso di sottoscrizione di polizze assicurative estere).

Un altro servizio evoluto è poi quello legato all’escrow account, utilizzato spesso in operazioni di M&A e di compravendita di pacchetti azionari. «La maggior parte del prezzo magari viene investita, ma una parte viene messa in un escrow account, nel caso in cui si verifichino delle condizioni per cui si rende necessario indennizzare il compratore», spiega Cappio. La fiduciaria opera come escrow agent, come garante dell’esecuzione dell’obbligazione nel caso in cui se ne verifichino le condizioni.

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