firmato il decreto sulle aree di crisi

Senza lavoro e senza ammortizzatori: il purgatorio dei 650 operai dell’alluminio

di Davide Madeddu


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(Agf)

2' di lettura

Nel purgatorio degli ammortizzatori sociali. Non sono più dipendenti dell’Alcoa ma nemmeno della Sider Alloys, l’azienda svizzera che ha acquisito la fabbrica di alluminio primario di Portovesme nella Sardegna sud occidentale. I 650 lavoratori, diretti e degli appalti, del polo metallurgico dell’alluminio primario, non solo non hanno più un lavoro ma devono fare i conti con gli ammortizzatori sociali che non arrivano. Perché dopo la firma sul decreto relativo alle aree di crisi complessa, arrivata martedì 2 aprile, prima che agli operai in mobilità ricevano i soldi, ci sarà ancora da aspettare: probabilmente fino all’estate, dopo un’altra serie di passaggi burocratici.

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«Da dicembre non è stato erogato più nulla – chiarisce Bruno Usai, segreteria Fiom – e il percorso per far sì che possano arrivare gli indennizzi è ancora lungo». Proprio per questo motivo, e sollecitare risposte in tempi rapidi, i sindacati (che hanno annunciato la ripresa della mobilitazione) si appellano al ministero dello Sviluppo economico e quello dell’Economia. «Le regioni che ricadono nelle aree di crisi complessa sono pronte a distribuire le risorse – aggiunge – ma ancora il decreto, che deve compiere diversi passaggi, non trova applicazione».

A fare i conti con i ritardi nell’erogazione degli ammortizzatori sociali sono circa 650 lavoratori, distribuiti tra gli ex diretti e gli ex dipendenti delle imprese d’appalto che ruotavano attorno alla fabbrica di alluminio primario attualmente in mobilità in deroga. «Molto operai sono alla terza deroga della mobilità – aggiunge – che tradotto significa attendere un indennizzo decurtato del 30 per cento e quindi pari a circa 550 euro al mese». Renato Tocco, della Uilm del Sulcis Iglesiente premettendo che «molte famiglie si sono viste staccare la luce di casa» e che «molte persone non sanno più come fare per andare avanti», annuncia l’avvio dei una nuova mobilitazione. «La situazione è preoccupante e precipita di giorno in giorno. In attesa che vadano avanti le procedure per il riavvio della fabbrica – dice – è necessario che vengano garantiti gli ammortizzatori sociali. È necessaria un’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni interessate». E mentre le organizzazioni sindacali nazionali hanno già chiesto un incontro ai ministeri interessati, i sindacati territoriali si sono presentati davanti al ministero del Lavoro.

«È stato fatto un lavoro immane per cercare di salvare questa fabbrica che era all’avanguardia nella produzione – dice Rino Barca della Fim Cisl – ora attendiamo che dai ministeri arrivino le risposte per andare avanti». Intanto all’interno della fabbrica continuano le procedure necessarie per portare avanti il revamping degli impianti. All’interno sono già state inserite 70 persone e sono iniziati i colloqui per la selezione del personale che dovrà essere inserito negli organici in maniera progressiva. Per rilanciare lo stabilimento, che sino alla fermata avvenuta nell’ottobre del 2012 produceva 155 mila tonnellate di alluminio primario per pani, placche e billette (con premi elevati sui mercati internazionali) con un fatturato complessivo di circa 590 milioni di euro, saranno investiti, tra risorse pubbliche (prestiti a tasso agevolato e dieci milioni a fondo perduto) e investimenti privati circa 140 milioni di euro.

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