Università

Senza meritocrazia le eccellenze non possono emergere

di Fabio Rugge

(emblema)

3' di lettura

Nel dibattito sul nostro sistema universitario si è, da ultimo, intensificato l’allarme sul presunto dilagare, in quel sistema, di meritocrazia e competizione, a danno tanto dello sviluppo sociale che del pensiero critico. A me pare che questo allarme sia eccessivo e che anzi la valutazione delle performance degli atenei e di quanti vi lavorano sia un grande servizio reso al Paese. Semmai, andrebbe accompagnato da un aumento del finanziamento pubblico all’università, oggi scandalosamente basso.

I migliori argomenti della critica “anti-meritocratica” sono:

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1 Il Paese ha più bisogno di molti buoni laureati e di interi ottimi dipartimenti che non di singole star;

2 Nei laboratori di ricerca – come nella società – la cooperazione viene prima della competizione;

3 A volte, il merito è difficile da misurare, e spesso chi ne ha la responsabilità non ne è all’altezza;

4 Non c’è bisogno di maggiore concorrenza tra gli atenei, ma di una loro maggiore sinergia.

Si tratta di quattro buoni argomenti, che tuttavia dovrebbero valere come caveat, non come elementi di una “campagna anti-meritocratica” dannosa per l’università italiana e per i suoi stakeholder.

Perché dunque l’allarme è eccessivo e, in fin dei conti, sbagliato? Per quanto riguarda la competizione tra gli atenei, è importante ricordare che, a oggi, è distribuito in base a criteri premiali (non necessariamente competitivi) il 26% dei trasferimenti complessivi dello Stato alle università. Si può discutere se sia poco o tanto. È difficile però sostenere che costituisca una remora alle sinergie inter-ateneo (che infatti si vanno sviluppando).

La denuncia di un eccesso di meritocrazia risulta ancora meno fondata quando si riferisce alla valutazione dei singoli. In effetti, chiunque comprende quanta differenza facciano l’impegno e la competenza di un docente e quella di un impiegato tecnico o amministrativo. Eppure, in Italia – perfettamente in linea con gli auspici degli “anti-meritocratici” – non esiste (al di là delle promozioni, lente e, di necessità, scarse) alcun modo sostanziale di premiare quanti dimostrino quelle qualità.

In realtà, si fa una fatica enorme a riconoscere apertamente che ci sia chi fa meglio e chi fa peggio. L’attuale sistema di valutazione delle performance di docenti e ricercatori, dopo un primo esordio in sordina, si scontrò, nel 2015, con una resistenza fortissima. Fior fiore di colleghi s’impegnarono a dimostrare le falle di quel sistema di valutazione. Infatti, ce n’erano; per la semplice ragione che nessun “algoritmo valutatore” è valido se non è integrato da equilibrio e responsabilità. Ma, alla fine, il punto è se si vuole davvero individuare e fare emergere l’eccellenza. E questo è quanto gli “anti-meritocratici” non credono né possibile né utile; mentre sembrano riuscirci agevolmente – e, per loro, utilmente – le università straniere. Infatti, scelgono i nostri ricercatori “eccellenti” e li reclutano con offerte irresistibili.

Una iniziativa meritocratica, tra le poche, riguardò nel 2017 (ministra Valeria Fedeli) i cosiddetti “dipartimenti di eccellenza”, con l’attribuzione di risorse centrali aggiuntive. Furono premiati in 180 su 350 concorrenti: non proprio una selezione spietata. Ma ci fu ugualmente un diluvio di critiche degli “anti-eccellentisti”. Sennonché, a smentire il carattere lacerante di queste operazioni di valutazione, alcuni dipartimenti eccellenti condivisero parte del loro premio col resto dell’ateneo, convinti – a ragione – che il loro successo fosse dovuto anche al contesto in cui operavano e che fosse importante sostenere i percorsi virtuosi di altri dipartimenti.

Trascuro come gli effetti della “anti-meritocrazia” siano particolarmente sentiti e deleteri nelle università statali, che gli “anti-meritocratici” dicono invece di avere particolarmente a cuore. Concludo piuttosto con un apologo. Circa un secolo fa, l’associazione sportiva del Partito socialdemocratico tedesco, l’Atsb (un milione di aderenti), fu costretta, da una emorragia di adesioni, a rimangiarsi la messa al bando degli sport competitivi. Gli iscritti evidentemente non ritenevano che competere fosse incompatibile con i loro valori statutari: pace, libertà, giustizia. Credo avessero ragione e che, analogamente, negli atenei di oggi, eccellenza, merito, solidarietà e pensiero critico possano andare d’accordo. A veder bene, anzi, sono stretti da un legame sottile, ma tenace. Rafforziamolo.

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