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Senza risorse proprie l’Europa non si fa

di Sergio Fabbrini

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(REUTERS)

4' di lettura

Le elezioni per il Parlamento europeo del prossimo maggio stanno dando vita una nuova frattura politica, quella tra sovranisti ed europeisti. Finora, il Parlamento europeo si era strutturato intorno alla frattura (tipica dei parlamenti nazionali) che oppone i partiti del centro-destra ai partiti del centro-sinistra.

Tra il Partito del popolo europeo (centro-destra) e i Socialisti e Democratici (centro-sinistra) c’erano differenze relativamente alle politiche economiche e sociali, ma entrambi condividevano una visione favorevole all’integrazione continentale. Ciò ha reso possibile, peraltro, la formazione di periodiche alleanze tra di loro. Tra il 1979 (prima elezione diretta del Parlamento europeo) e il 2014 non sono mancati parlamentari anti-integrazionisti, ma si è trattato di gruppi sparuti con un ruolo marginale (se non nullo) nei lavori parlamentari. Già nelle elezioni del 2014 sono cresciuti i partiti euro-scettici, ma sarà soprattutto nelle elezioni del prossimo maggio 2019 che la sida sovranista si farà sentire. Ciò non significa che la sinistra e la destra sono sparite ma, piuttosto, che tale divisione è divenuta meno rilevante della frattura tra europeisti e sovranisti. Tant’è che i principali partiti europeisti sono sempre meno accomodanti verso le componenti sovraniste al loro interno (di qui la spinta all’espulsione del partito ungherese sovranista Fedesz dal Partito del popolo europeo o del partito socialdemocratico rumeno dai Socialisti e Democratici).

E i partiti sovranisti, a loro volta, sono divenuti sempre più antagonistici. La nuova frattura sta politicizzando le elezioni parlamentari come mai era avvenuto nel passato. Quali saranno le implicazioni di un Parlamento organizzato su tale frattura? Risponderò con riferimento alla questione delle risorse finanziarie.

Cominciamo dalla posizione sovranista. I sovranisti hanno trasformato il consenso passivo del passato in un dissenso attivo (nei confronti dell’Unione europea e di ciò che fa). Certamente, la loro politica non è riducibile al nazionalismo indipendentista, così come quest’ultimo è emerso con il voto britannico del giugno 2016. Visto il fallimento di Brexit, la secessione dall’Ue non è una strada praticabile. Piuttosto, il sovranismo rivendica una maggiore autonomia decisionale degli stati, in particolare su politiche (come l’immigrazione) considerate di cruciale rilevanza politica interna. Nello stesso tempo, però, i sovranisti non vogliono rinunciare alle risorse del bilancio europeo. Infatti, difendono accanitamente le politiche (come quella dei fondi strutturali e dell’agricoltura) che redistribuiscono risorse ai Paesi (dell’Europa dell’est) da loro governati. Vogliono un bilancio al servizio di specifici interessi nazionali. Tale sovranismo ha singolari analogie con la dottrina degli states’ rights (i diritti degli stati) che ha accompagnato il processo di federalizzazione degli Stati Uniti, diritti rivendicati (in quel caso) per proteggere l’istituzione della schiavitù negli stati del sud (senza rinunciare, anche in quel caso, alle risorse del nord). Tuttavia, come l’esperienza americana mostra, la corda del sovranismo non può essere tirata troppo. Di qui l’ambiguità dei sovranisti.

Vediamo ora la posizione europeista. Chi sostiene quest’ultima ha faticato a prendere atto che il dissenso attivo nei confronti dell’Ue è il risultato della sua incompiuta integrazione (e non già del contrario). Se l’Ue avesse avuto le risorse e gli strumenti per gestire la crisi finanziaria e migratoria, quel dissenso non si sarebbe espresso in termini favorevoli ai sovranisti. Una cruciale debolezza dell’Ue è il suo bilancio. Non solo perché è di poco superiore all’1 per cento del Pil dell’intero continente. Non solo perché è definito da un Quadro finanziario pluriennale che è negoziato dai governi nazionali e che dura sette anni (il prossimo sarà dal 2021 al 2027), mentre il mandato del Parlamento europeo è di cinque anni. Ma soprattutto perché il Parlamento europeo non ha alcun potere fiscale, dipendendo (il bilancio) dalle risorse che gli stati membri decidono di trasferire a Bruxelles.

Se nel 1776 gli americani si liberarono del colonialismo britannico in nome di “no taxation without representation”, nell’Ue abbiamo esattamente l’opposto (“representation without taxation”). Pur avendo fatto non poco con un budget ridotto e controllato, il Parlamento europeo assomiglia ad un Prometeo legato alla rupe. Eppure, la questione di dotare l’Ue di risorse proprie è stata ripetutamente sollevata dal Parlamento europeo, dalla Commissione europea, oltre che da commissioni di esperti e politici (da ultimo, quella presieduta da Mario Monti tra il 2014 e il 2016), ma è stata regolarmente opposta dai governi nazionalisti (come quello britannico) ed oggi dai governi sovranisti. Poiché le decisioni in materia fiscale richiedono il voto all’unanimità dei governi nazionali, è impensabile costruire una capacità fiscale con il consenso di tutti i 27 stati membri. Ecco perché bisognerebbe basarsi sull’Eurozona, dotandola di un budget ad hoc (come proposto da Francia e Germania nella Dichiarazione di Mesenberg del giugno scorso) da utilizzare per rafforzare l’unione monetaria nel suo complesso. Qui le idee ci sono, ma finora è mancato il coraggio politico.

Insomma, se la critica sovranista è ambigua, la posizione europeista è timida. Senza risorse proprie, il Parlamento europeo non potrà contribuire alla gestione delle crisi oppure alla promozione della crescita economica e dell’inclusione sociale. Eppure, come lo stesso Parlamento europeo ha ricordato, non vi sono ostacoli legali per costruire tale capacità fiscale (a Trattati invariati). Alcuni giuristi hanno anche proposto di utilizzare Brexit per rivedere la politica finanziaria dell’Ue.

La mancanza delle risorse trasferite finora dal Regno Unito potrebbe essere compensata con risorse proprie dell’Ue, acquisite e gestite sotto il controllo del Parlamento europeo. Se la politicizzazione è giunta a Bruxelles, allora gli europeisti dovrebbero utilizzarla per far andare avanti l’integrazione, non solo per difendere l’esistente. Occorre fornire l’Eurozona di risorse con cui rispondere alle sfide economiche e sociali che continuano a minacciarne lo sviluppo.

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    Sergio Fabbrinieditorialista

    Luogo: Luiss Guido Carli

    Lingue parlate: francese, spagnolo

    Argomenti: Scienze politiche, relazioni internazionali

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