ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùL’Italia di serie B

Senza servizi e spopolati: dote di 2,1 miliardi in 5 anni per salvare 3.800 Comuni

La mappa Istat dei centri più lontani da ospedali, licei e ferrovie. Un numero di anziani doppio rispetto ai giovani aggrava l'invecchiamento. Per rilanciarli 2,1 miliardi

di Carmine Fotina

Blangiardo, Istat: per rallentare l’inverno demografico risorse, conciliazione e cure

4' di lettura

Sono di scarso appeal, perfino quando ne discutono i ministri. Per qualcuno sono solo una passione degli statistici o una questione da geografi. Ma le «aree interne», l’insieme dei Comuni più lontani dai servizi essenziali, sono in gran parte responsabili del declino demografico del Paese, del suo invecchiamento, e frenano la riduzione dei divari territoriali perché piccoli centri urbani spopolati, dove più intenso è il fenomeno della nuova migrazione dei giovani, si allontano sempre di più dal baricentro economico e industriale.

L’Istat ha aggiornato la mappa dei Comuni che rientrano nella definizione e che possono essere di conseguenza selezionati per beneficiare delle politiche e dei fondi previsti sia dal nuovo Accordo di partenariato 2021-2027 sulla politica di coesione sia dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), ed emerge un quadro preoccupante, perché il tessuto si sgrana sempre di più, proprio nella fase storica in cui le fragilità demografiche del Paese ne mettono più a rischio gli sviluppi socio-economici.

Loading...
IL DIVARIO
Loading...

Il 59% della superficie italiana è occupato da aree interne, dove risiedono poco più di 13,1 milioni di persone, il 23% della popolazione residente. Si tratta in tutto di 3.834 Comuni (il 48,5% del totale italiano), classificati come intermedi, periferici o ultraperiferici in base alla distanza, misurata in tempi medi di percorrenza stradale, dai Comuni-polo o poli intercomunali più vicini in grado di offrire simultaneamente servizi di base nella salute (un ospedale sede di Dipartimento di emergenza e urgenza di I livello), istruzione (almeno un liceo classico o scientifico e almeno uno fra istituto tecnico e istituto professionale) e mobilità (una stazione ferroviaria almeno di categoria “silver”, cioè medio-piccola). Il Mezzogiorno, dove il 65% dei Comuni rientra nella platea, è l’epicentro simbolico di questo distacco dai servizi essenziali, ma non esaurisce il fenomeno anzi, nel complesso, il 55,2% delle aree interne si trova al Centro-Nord, prevalentemente in zone montuose e rurali.

Nel confronto con la precedente mappatura, che era stata alla base della Strategia nazionale per le aree interne (Snai) varata con i fondi di coesione 2014-2020, risalta la drastica diminuzione dei Comuni-polo, passati da 339 a 241, soprattutto per la chiusura di strutture ospedaliere, ma contemporaneamente aumenta il numero di persone che si sposta dalle aree più marginali e isolate per avvicinarsi ai centri in grado di offrire maggiori servizi. L’indice migratorio è in costante ascesa dal momento che aumenta la tendenza ad abbandonare i luoghi di residenza quanto più si è distanti da un centro di servizi e quasi 190 i Comuni sono diventati fortemente “espulsivi”.

È in queste retrovie che l’Italia sta costruendo buona parte della sua crisi demografica, perché qui il calo della popolazione per nati-mortalità ha raggiunto nel 2019 il 7,4% a fronte del 3,6% nazionale e perché l’età media di chi resta si alza sempre di più. L’indice di vecchiaia, calcolato come rapporto tra la popolazione residente con almeno 65 anni e quella nella fascia di età 0-14 anni, ha raggiunto in Italia la ragguardevole quota di 182,6, media però tra il 178,8 dei Comuni-polo e il 196,1 delle aree interne. Nei Comuni periferici e ultraperiferici la popolazione anziana residente è addirittura superiore al doppio di quella giovane e gli over 64 arrivano al 25,7% dei residenti. Le previsioni a 10 anni rafforzano la tendenza e i Comuni marginali perderanno un ulteriore 4,2% degli abitanti a fronte del 2,2% nazionale.

Tra i 3.834 Comuni censiti si dovrà rapidamente stabilire quali, sulla base di una serie di criteri e su proposta delle Regioni, entreranno negli accordi di programma quadro da finanziare con i nuovi fondi. L’attuazione è stata fin qui il punto debole (debolissimo) della Strategia nazionale delle aree interne. La Snai nasce come politica sperimentale nel 2013, le prime strategie d’area vengono però approvate solo nel 2016. Per firmare i 72 accordi di programma, che devono concretizzare le singole strategie, ci sono voluti cinque anni. Ora le Regioni, insieme all’Agenzia per la coesione territoriale, sono impegnate nella perimetrazione delle nuove aree (con relativi accordi quadro) che beneficeranno delle risorse 2021-2027 e del Pnrr ma il processo per concludere le istruttorie si sta rivelando ancora una volta complesso e farraginoso.

Non sono ammesse ad ogni modo eccessive illusioni. Il Pnrr stanzia 500 milioni per il potenziamento dei servizi e delle infrastrutture. Ci sono poi 350 milioni, di cui 300 del Piano nazionale complementare e 50 della legge di bilancio , mirati alle strade. E 100 milioni per le farmacie nei centri con meno di 3mila abitanti. Nel complesso, includendo le risorse del Fondo sviluppo e coesione, il governo stima che nei prossimi cinque anni si potrebbe costruire una dote di 2,1 miliardi. Ma lo stesso Pnrr, negli allegati in cui fissa gli obiettivi, stima che un miglioramento dei servizi nelle aree interne, con oltre 13 milioni di persone, richiede un impegno finanziario di 250 euro per abitante, in pratica 3,3 miliardi di euro, uno in più di quelli che nelle più floride aspettative dovrebbero essere effettivamente disponibili.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti