apicoltura

Senza turisti anche il miele resta sugli scaffali

Il settore conta 8mila arnie, una produzione di 1.900 quintali e 500 apicoltori

di Carlo Andrea Finotto

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 Arnie posizionate in montagna per consentire alle api di sfruttare la fioritura estiva

2' di lettura

Saltati i mercatini, annullata la Fiera di Sant’Orso ad Aosta, spariti quasi completamente i turisti che affollavano la regione. «L’economia del miele valdostano ha subito i contraccolpi causati dalla pandemia con un calo di vendite non indifferente rispetto alle stagioni precedenti» spiega Marcello Merivot, presidente dell’Associazione apicoltori regionale.

Quella rappresentata da Merivot è una realtà che conta circa 500 apicoltori per 7-8mila arnie, ognuna delle quali può contenere (a seconda del periodo dell’anno) dalle 20mila alle 70mila api. Un patrimonio di tradizione e qualità che ora si trova in sofferenza come altri settori produttivi. Gli ultimi dati statistici (da L’agricoltura nella Valle d’Aosta in cifre 2020), riferiti al 2018, parlano di una produzione di 1.898 quintali (il doppio rispetto al 2011) , circa 1.200 prodotti in valle e i restanti nelle regioni limitrofe.

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«Un po’ di sollievo arriva dai mercatini Coldiretti» – ricorda il presidente dell’associazione – ma non basta a compensare i cali nelle vendite di miele e prodotti derivati (polline e pappa reale). Per limitare i danni gli apicoltori hanno cercato di incentivare la vendita a domicilio e quella online ma siamo agli inizi. Così le scorte si accumulano.

Quella dell’apicoltore è una passione e un mestiere vero e proprio. Per partire servono almeno 3mila euro di investimento – tra alveare, smielatore, affumicatore e attrezzature – senza contare il mezzo di trasporto per trasferire le api in base alle fioriture: tarassaco, acacia, tiglio, rododendro, fiori di montagna.

«La maggioranza degli apicoltori ha una decina di arnie, quindi parliamo di piccole dimensioni. Un centinaio circa di noi ha forse più di cento arnie – spiega il presidente dell’associazione – ma per viverci ne servono almeno 200: saranno una decina gli apicoltori con queste dimensioni».

Dimensioni a parte, l’impegno è grande: le api vanno spostate prima in pianura (verso aprile maggio) poi in collina, infine in alta montagna: per il miele di millefiori e di rododendro bisogna portare le arnie fino a 1.600 metri di quota. «È un impegno importante e non si è mai sicuri del risultato. L’unica cosa certa di un trasporto è il costo» sottolinea Marcello Merivot.

Il grosso lavoro va da metà marzo a fine settembre, ma anche la stagione invernale è fondamentale: «Bisogna sorvegliare che le api stiano bene e non soffrano la fame». Una gestione attenta consente agli alveari di arrivare alle fioriture in condizioni ottimali: non troppo deboli da pregiudicare il raccolto e neanche troppo affollati da rischiare una sciamatura.

Il clima gioca un ruolo fondamentale: in Valle d’Aosta c’è meno inquinamento rispetto ad altre regioni, a tutto vantaggio della qualità del prodotto, ma gli ultimi inverni anomali hanno pregiudicato la produzione di miele di acacia, scesa da una ventina di chili per arnia a 5-6 chili. Con il prezzo che è cresciuto, arrivando a uguagliare o superare quello dei mieli di rododendro o di millefiori di montagna, considerati più pregiati (circa 15 euro al chilo). «Quest’anno – dice Merivot – c’è stato un inverno più normale, con freddo e neve: la stagione quindi potrebbe essere favorevole».

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