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Senzadubbiamente Cetto è un re

Dal 21 novembre il terzo capitolo della «Trilogia d’u pilu», inventata da Antonio Albanese. La Qualunque è costretto a scendere di nuovo in politica, ma non si tratta più di elezioni locali. In ballo c’è la scelta tra monarchia e repubblica. Alla base di tutto un segreto sulle origini dell’imprenditore calabrese, finalmente svelato

di Cristina Battocletti


Senzadubbiamente Cetto è tornato

3' di lettura

L’unico aspetto che Cetto la Qualunque è riuscito ad assimilare della nuova nazione in cui si è trasferito, la Germania, è il pilu locale, che nel suo caso prende il nome di Petra (Caterina Shulha), bionda e segaligna compagna dell’imprenditore calabrese interpretato da Antonio Albanese.

Per il resto è come se Cetto fosse rimasto a vivere nella sua amata terra d’origine: continua a rispettare i codici mafiosi, a corrompere come può con l’aiuto del fedele Pino (Nicola Rignanese), a vestire gli abiti sgargianti e pittoreschi, grazie ai quali si è conquistato la simpatia dei tedeschi che frequentano la sua fortunata catena di pizzerie e ristoranti.

Cetto se ne starebbe volentieri “su al Nord” con la nuova figlia Ciotola e i suoceri filonazisti, se non fosse arrivata una chiamata ineludibile: la zia che lo ha cresciuto è in punto di morte e vuole vederlo per rivelargli un segreto sulle sue origini che gli cambierà il destino.

Il ritorno di Cetto in versione regale

Il ritorno di Cetto in versione regale

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Cetto c’è senzadubbiamente è la terza puntata della saga del massimo teorico del politically uncorrect, sacerdote della mascolinità verace, Cetto, macchietta inventata dal geniale comico di origini siciliane quasi dieci anni fa per interpretare il primo capitolo della Trilogia d’u pilu, l’inimitabile Qualunquemente (2010), seguito dalla (dimenticabile) seconda parte, Tutto tutto, niente niente.

Cetto, che non voleva più “scendere” in politica, è costretto nuovamente a “bere l’amaro calice”, sobillato dai suoi pari, ovvero dalla schiatta nobiliare di cui fa parte, grazie a non chiarissimi servizi della madre al Principe Buffo di Calabria.

Cetto viene avvicinato non più per fare l’amministratore locale ma per un progetto molto più ambizioso: governare il Paese, anzi!, quella parte del Paese che gli interessa di più, ovvero il Sud Italia. Riprendersi insomma il regno che fu dei Borboni, anche se Cetto inizialmente non capisce se si tratti di specie a pelo corto o lungo. Ma, assodato che questi Borboni non sono una razza canina, bensì sangue del suo sangue, ecco che Cetto, aiutato da parte della Chiesa e dall’abile stratega nobile e monarchico Venanzio (Gianfelice Imparato), diventa il candidato ideale per restaurare la monarchia in Italia.

La campagna elettorale è possibile con l’aiuto di uno spin doctor specialissimo, il figlio di Cetto, Melo (Davide Giordano), che, prima di venire indagato come prestanome del padre, era stato un sindaco modello per Marina di Sopra, trasformatasi in una città ecosostenibile, cablata, piena di piste ciclabili, dove la caccia è bandita e il circolo dei cacciatori si è trasformato nella bocciofila. Qui Cetto ritrova gli amici, rifugiatisi come animali in via di estinzione, negli scantinati di una palazzina in stile Silicon Valley.

Grazie alle dritte del figlio Cetto uniforma la sua dottrina politica -piegare le istituzioni al raggiungimento di un fine privato - ai nuovi mezzi, senza dimenticare la televisione secondo un copione ben noto nella più recente storia italiana.

Di pari passo procede l’educazione alle buone maniere di Cetto e della sua schiatta, che è forse la parte meno convincente del film, perché troppo stereotipata, come se Antonio Albanese e Piero Guerrera, che sono gli sceneggiatori, si fossero affidati a cliché e non a idee proprie.

Alla fine Cetto la spunta e non sono i brogli a consegnargli letteralmente lo scettro, come era avvenuto nella sua candidatura a sindaco, bensì gli stessi italiani, che capiscono e amano Cetto perché condividono gli stessi gusti e interessi.

Sono notevoli i costumi di Gianni Casalnuovo, anche se erano insuperabili i gessati del primo Cetto in cui le righine erano formate dalle lettere del nome e del cognome del candidato. Appropriati gli occhiali a goccia, le camicie rosse e i giubbotti sgargianti per Pino, nemmeno così rari da vedere in strada. Sono generose le nudità delle concubine, vestite solo di reggicalze e guepiere. E questa volta Cetto fa un’eccezione al suo credo e le regolarizza assumendole.

Non si ride come col primo Cetto, ma i tic facciali, le mossette per spostare i capelli dal viso senza toccarli, la mimica sboccata, la Costituzione trattata come il Kamasutra sono sempre irresistibili. La macchietta incarnata dal prodigioso Antonio Albanese che fonde il peggior malcostume italiota , spinto al parossismo val sempre una visione, anche se a volte certi stilemi sono un po’ ripetitivi e un po’ logori. Se ci si pensa bene, però, negli anni Novanta aspettavamo con ansia la Gialappa’s annunciare a Mai dire Gol il momento di Epifanio, Alex Drastico, Frengo e Stop, il giardiniere gay di Berlusconi Pier Piero. Cetto è loro figlio, o forse loro nipote. Albanese funziona più negli sketch, che sul lungo tempo, almeno nei ruoli comici. L’Albanese tragico invece funziona sempre, a dimostrare il grande attore che è.

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