Cassazione

Separazione, scuola pubblica o religiosa? Prevale l’interesse del minore

Al trauma per la disgregazione della famiglia meglio non aggiungere ulteriori motivi di disorientamento, fino al termine della scuola materna e primaria. C’è poi tempo per orizzonti più ampi

di Patrizia Maciocchi

2' di lettura

Se dopo la separazione, nella guerra dei Roses entra anche la visione sull’educazione dei figli, con il padre schierato per la scuola laica e pluralista e la madre per quella religiosa, decide il giudice, perché la scelta è di primaria importanza. E lo fa avendo come criterio guida l’interesse superiore del minore. Che nel caso esaminato - vista la tenera età dei due figli della coppia di 5 e 8 anni, già disorientati per la separazione dei genitori - era di completare i corsi dove li avevano iniziati e dunque in una scuola confessionale.

Il trauma della separazione

Scelta che si giustifica con la sola esigenza di non aggiungere ulteriori elementi di “novità” in una situazione già contrassegnata da una vicenda di forte importanza per il loro equilibrato sviluppo, come è la sopravvenuta rottura del nucleo familiare. La Cassazione (sentenza 21553) ci tiene, infatti, a sgombrare il campo dall’equivoco che si possa trattare di una preferenza dei giudici «La scelta così compiuta è importante puntualizzare - non risponde a una ipotetica predilezione della Corte per una scuola confessionale, a discapito di quella pubblica . Dipende - scrive la Suprema corte - dall’acuito bisogno dei minori di avere - nel frangente - una continuità ambientale nel campo in cui si svolge propriamente la loro sfera sociale ed educativa». Nè sulla decisione pesa il fatto che il padre, fortemente contrario a qualunque forma di indottrinamento religioso, avesse in passato accettato l’iscrizione alla scuola privata cattolica. Per la Cassazione è, infatti, lecito cambiare idea, quando la marcia indietro non è frutto di una ritorsione, ma di una profonda convinzione.

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Non sceglie chi versa la retta

Nessuna importanza può avere neppure la disponibilità della madre ad accollarsi tutte le spese dell’istituto confessionale, perché «con il denaro non si può escludere un padre dalle fondamentali scelte inerenti l’istruzione (per di più quella della scuola dell’obbligo) dei figli». In caso di conflitto il faro da seguire è solo l’interesse superiore del minore, in nome del quale, possono essere adottati provvedimenti, relativi all’educazione religiosa, contenitivi e restrittivi della libertà di culto dei genitori, «se la loro esplicazione determinerebbe conseguenze pregiudizievoli per il figlio, compromettendone salute psico-fisica e sviluppo». Tuttavia il provvedimento adottato «se conculca nell’attuale il diritto del genitore di fornire ai figli un’educazione aconfessionale e di tensione pluralista, non comporta tuttavia una compromissione definitiva, ovvero non rimediabile».

Le fasi dell’educazione e il tempo per orizzonti più ampi

L’educazione dei figli minori è, infatti, una vicenda molto articolata. E c’è tempo per orizzonti più ampi «La sussistenza di un’educazione atta ad apprezzare i valori della laicità e della pluralità di visioni e opinioni - ne consegue - risulta frutto di una valutazione complessiva delle diverse fasi che la compongono». I due bambini sono all’inizio del loro percorso scolastico e la decisione adottata ha un’efficacia temporale circoscritta allo svolgimento dei cicli scolastici attualmente frequentati. Poi il padre potrà tornare a chiedere di correggere la rotta.

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