lavoro agricolo

Sequestrata Cascina Pirola di Cassina de Pecchi (straBerry), le fragole milanesi a chilometro zero: l’accusa è caporalato

L’azienda di Cassina de’ Pecchi del valore di 7,5 milioni di euro sotto sequestro su richiesta della Procura di Milano

di Stefano Elli

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(ANSA)

L’azienda di Cassina de’ Pecchi del valore di 7,5 milioni di euro sotto sequestro su richiesta della Procura di Milano


2' di lettura

Il nome Azienda Agricola cascina Pirola di Cassina de Pecchi, ai più non dirà nulla. Ma gli ape piaggio multicolori della straBerry (marchio commerciale con cui viene venduta la frutta prodotta nella cascina) sì. I variopinti motocarri non passano certo inosservati e mettono allegria in chi si imbatta in questa innovativa modalità di vendita a chilometro zero. Ciò che i finanzieri del comando provinciale di Milano e della Compagnia di Gorgonzola ritengono poco innovative sono le modalità con cui la frutta verrebbe raccolta. Con un metodo, il caporalato, che è tutto tranne che all’avanguardia.

Per questo i militari al comando del capitano Giacomo Cucurachi hanno eseguito un decreto di sequestro della cascina Pirola chiesto dal pm Gianfranco Gallo e accolto dall’ufficio del Gip. Sotto sequestro sono finiti 53 immobili, tra terreni e fabbricati, 25 veicoli strumentali e tre conti correnti contestualmente è stato nominato un Amministratore Giudiziario. Ciò che i finanzieri ritengono di avere portato alla luce è un sistematico meccanismo di sfruttamento illecito del lavoro agricolo a danno di circa 100 lavoratori in prevalenza africani.

Gli accertamenti svolti anche attraverso numerose testimonianze raccolte dai militari hanno permesso di rilevare «anomalie nelle procedure di assunzione e di retribuzione dei lavoratori dipendenti dell'azienda nonché evidenziato gravi violazioni delle norme che regolano l’impiego dei braccianti agricoli». In particolare, i lavoratori non solo sarebbero stati obbligati a prestare estenuanti turni di oltre 9 ore giornaliere, ricevendo una paga oraria di 4,50 euro, nettamente inferiore a quella minima prevista dal contratto collettivo nazionale (che si aggira intorno ai 7,20 euro e gli otto euro).

Alla ingiusta retribuzione si aggiungevano - sempre secondo gli inquirenti – degradanti condizioni d'impiego nei campi: i braccianti, infatti, «soggetti alla continua vigilanza dei responsabili, erano costretti a sforzi fisici oltremodo gravosi, tesi a velocizzare la raccolta dei frutti e in spregio alle norme anti Covid-19 sul distanziamento sociale».

«Approfittando delle condizioni di bisogno dei dipendenti mediante la minaccia che l’eventuale disobbedienza alle pressanti imposizioni dei datori di lavoro avrebbe comportato sospensioni o licenziamenti in tronco», i titolari dell'azienda – per l’accusa – riuscivano a ridurre il costo della manodopera e massimizzare i guadagni.

Sette le denunce per il reato di intermediazione illecita e sfruttamento della manodopera: due amministratori, due sorveglianti, due impiegati amministrativi e un consulente del lavoro esterno addetto alla preparazione delle buste paga ritenute non veritiere.

Durante l’esecuzione del provvedimento, inoltre, i finanzieri, anche grazie al supporto di personale dei Vigili del Fuoco e dell'ATS di Milano, avrebbero potuto verificare le precarie condizioni di sicurezza e di igiene in cui i braccianti erano costretti ad operare. La società ha già incaricato un legale di fiducia. Contattata dal Sole 24 Ore l’azienda non ha ritenuto di fare alcuna dichiarazione.

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