operazione Dia/Dda a Trapani

Sequestro di beni a imprenditori «amici» di Messina Denaro

di Roberto Galullo

3' di lettura

Il «cappio» intorno al collo di Matteo Messina Denaro è sempre più stretto ma per «asfissia» rischia di morire solo la sua cerchia di potere. Lui - probabilmente con una identità ancora una volta ritoccata ed elastico vivente tra Trapani e il mondo - non cade nella rete della Giustizia. Troppo forte (ancora) la perversa ragnatela che lo protegge, fatta sì di Cosa nostra ma anche e soprattutto di spezzoni deviati dello Stato e massoneria deviata.

Matteo Messina Denaro, afferma il magistrato Maria Teresa Principato della Dda di Palermo, gode nell'ambito della città di Trapani di una protezione che spesso sconfina nella connivenza e addirittura nella condivisione di certi valori e nella contrapposizione «rispetto ad uno Stato in cui nessuno crede».

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Le ipotesi di coperture a Trapani
Il 4 novembre 2015 il capo della Procura di Palermo Francesco Lo Voi, in Commissione parlamentare antimafia rispose così sulle coperture, alle sollecitazioni dei commissari Claudio Fava (Si-Sel) e Giuseppe Lumia: «Non sono idoneo a fare l'interpretazione autentica delle indicazioni fornite dalla collega Principato, ma so da dove nascono. Nascono da una serie di ipotesi investigative su cui si è lavorato e si sta lavorando, che fanno ritenere che sia difficile reggere ventidue anni di latitanza (risaliamo al 1993) senza un appoggio che non deve essere necessariamente di altissimo livello se ci riferiamo alle istituzioni, e contestualmente, sulla base di elementi su cui si sta lavorando, ci fanno ritenere che non siano neanche di basso livello dal punto di vista dell'origine sociale e delle caratteristiche di inserimento nel territorio e nella società. Si tratta quindi di professionisti, imprenditori, persone collegate a determinati ambienti, non esclusa la massoneria in ragione non soltanto territoriale (è stato indicato in una delle domande dal senatore Lumia), ma anche perché qualche spunto a questo riguardo, specificamente con riferimento al territorio di Trapani, emerge dalle indagini. È un'attività di ricerca che non è semplice e che spero possa portare a risultati, ma vi prego di credere che non si stanno risparmiando energie e risorse in questa attività».

Sequestro di beni a imprenditori “amici”
Ecco dunque che va salutata con la speranza che il cappio stia davvero arrivando al bersaglio, la notizia che giunge oggi. La Direzione investigativa antimafia di Trapani, agli ordini del comandante Rocco Lopane, ha notificato un decreto di sequestro di beni agli imprenditori Marco Giovanni Adamo ed Enrico Maria Adamo, 42enne, padre e figlio, originari di Castelvetrano (Trapani), noti per il loro impegno nella politica locale.
Il provvedimento è stato emesso dal Tribunale di Trapani – Sezione misure di prevenzione, presidente Piero Grillo, giudice estensore Chiara Badalucco – su proposta avanzata dal direttore della Dia, Nunzio Antonio Ferla, d'intesa con il procuratore aggiunto Bernardo Petralia, coordinatore del Gruppo misure di prevenzione della Dda di Palermo.

Marco Giovanni Adamo, imprenditore molto attivo nel settore del movimento terra, con le proprie aziende, è stato impegnato in grandi opere pubbliche e private, che hanno interessato le provincie di Trapani e Agrigento, come ad esempio le condotte idriche per la distribuzione irrigua delle acque invasate nella diga Delia di Castelvetrano, il metanodotto tra Menfi (Ag) e Mazara del Vallo (Tp) e l'Acquedotto Montescuro Ovest (Pa, Ag e Tp). Secondo le risultanze giudiziarie degli ultimi decenni, lo stesso si sarebbe sbarazzato delle imprese concorrenti con metodi mafiosi, potendo contare sull'appoggio del sodalizio criminale capeggiato da Matteo Messina, con cui è emerso aver avuto rapporti sin dall'infanzia. Anche la mafia agrigentina avrebbe subìto la volontà del latitante castelvetranese con l'imposizione dell'impresa di Adamo a discapito anche di imprese di altri affiliati a quel sodalizio criminale.

Il figlio, Enrico Maria, secondo la Dia e la Procura avrebbe seguito le orme del padre, divenendo amministratore delle aziende di famiglia quando quest'ultimo temeva di poter essere raggiunto da provvedimenti giudiziari, perpetuando i rapporti con l'organizzazione mafiosa.
Infatti, questo avrebbe consentito l'infiltrazione mafiosa delle imprese di Lorenzo Cimarosa, all'epoca referente imprenditoriale di Cosa nostra, nei lavori per la realizzazione del centro comunale polifunzionale di Castelvetrano, formalmente aggiudicati da una impresa ragusana, poi colpita da provvedimento interdittivo della Prefettura di Trapani.

Sotto il profilo patrimoniale è stata accertata l'esistenza di una palese situazione di sperequazione fra i redditi dichiarati dagli Adamo e la formazione del loro patrimonio. Peraltro, secondo il Tribunale di Trapani, anche i redditi d'impresa Adamo sono da considerarsi illeciti perché realizzati avvalendosi di metodi mafiosi. È stato disposto il sequestro dell'intero patrimonio dei soggetti (appartamenti, terreni, conti bancari, automezzi, un'imbarcazione da diporto e tre aziende) per un valore stimabile in oltre 5 milioni.

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