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Sergej Ščukin. Un collezionista visionario nella Russia degli zar

Dalla mostra nel 2016 alla Fondation Vuitton un libro a firma dei curatori Natalia Semënova e André Delocque sulla figura del facoltoso mercante

di Gabriele Biglia

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La Sala dedicata a Picasso (Colorizzazione delle foto degli archivi di famiglia: © Christine Delocque-Fourcaud)

Dalla mostra nel 2016 alla Fondation Vuitton un libro a firma dei curatori Natalia Semënova e André Delocque sulla figura del facoltoso mercante


7' di lettura

Per quanto il nome del collezionista russo Sergej Ščukin (1854 - 1936), insieme a quello dei fratelli Ivan e Mikhail Morozov, sia piuttosto noto, la storia della sua vita e il destino della sua straordinaria collezione di grandi maestri dell'Impressionismo, Post-Impressionismo e del Modernismo (forse la più grande e importante del XX secolo) , fino a pochi decenni fa era avvolta nel mistero.
Nel ottobre 2016, 1,2 milioni di visitatori affollarono le sale della Fondation Louis Vuitton di Parigi per ammirare 160 pezzi della raccolta creata da questo facoltoso mercante moscovita produttore di tessuti che acquistò il suo ultimo dipinto esattamente cent'anni prima dell'esposizione, nel 1916. L'imponente mostra curata da Natalia Semënova e André Delocque fece emergere da un lungo oblio durato più di ottant'anni la figura del lungimirante Sergej Ščukin, mecenate che puntò sulle novità dell'arte emergente della sua epoca e su nomi talvolta ancora sconosciuti. Una figura di collezionista molto lontana da quella dei chiassosi oligarchi russi e art collectors cinesi di oggi, che tra porti franchi e case d'asta blasonate si contendono opere d'arte storicizzate a colpi di milioni di euro.
Tre anni dopo l'imponente mostra parigina, nel 2019, fu la volta di Mosca: per la prima volta, la città rese omaggio ai quattro fratelli amanti dell'arte - Sergej, Pëtr, Dmitrij e Ivan Ščukin - attraverso esposizioni parallele che ricostruirono la storia delle collezioni formate nei primi anni del Novecento dai questi ricchi rampolli del ceto mercantile moscovita. Ognuno di loro incarnò i diversi volti del collezionismo.

Le stanze del Museo Puškin di Mosca, interamente vuotate per l'occasione, accolsero le opere della raccolta di Sergej, smembrata con un decreto di Stalin nel 1948 tra il Museo Puškin e l' Ermitage . Dopo essere stata requisita dallo Stato a seguito della Rivoluzione del 1917, le 274 opere della raccolta vennero nazionalizzate e relegate nei depositi dei due musei e solo a partire dalla fine degli anni ’50, la Russia iniziò a riscoprire il tesoro inestimabile occultato nei suoi musei. Il decreto firmato da Stalin, emanato il 6 marzo 1948 dal Consiglio dei ministri del'URSS, fu esplicito nel definire la raccolta composta da “opere d'arte borghesi dell'Europa occidentale, prive di idee, antinazionali, formaliste e avulse da ogni interesse per l'educazione progressista del pubblico sovietico”.
La storia e le vicissitudini della collezione creata da Sergej Ščukin è ora ricostruita minuziosamente dalla biografia fresca di stampa “Sergej Ščukin. Un collezionista visionario nella Russia degli zar” (Johan & Levi), scritta in modo brillante a quattro mani da Natalia Semënova, storica dell'arte specializzata nella saga dei grandi collezionisti russi di arte antica e moderna e da André Delocque, nipote del collezionista russo che fra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento diede vita a quello che si può considerare il primo museo d'arte moderna del mondo.

Le stanze di Sergej Ščukin

Le stanze di Sergej Ščukin

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Il collezionista eccentrico che portò Matisse a Mosca
Sergej Ščukin fu un uomo in anticipo sui tempi, passato alla storia per aver portato per primo Henri Matisse a Mosca, ospitandolo nella propria casa museo a pochi passi dal Cremlino. Si attirò su di sé la fama di eccentrico per aver sfidato il gusto estetico dell'epoca, portando i colori caldi ed esotici di Gauguin, i gialli squillanti di Van Gogh, le tele cubiste di Picasso nella capitale russa. Dietro di sé lascio solo pochi documenti: qualche cartolina, un diario, la corrispondenza con Matisse, alcune lettere indirizzate al fratello. Il nipote André Delocque ricorda poco della collezione del nonno Sergej, scomparso durante il suo esilio parigino, nel 1936, dopo che la sua collezione, il suo palazzo e la sua azienda, vennero sequestrate. Gli studi e le ricerche di Natalia Semënova svolte negli gli ultimi 25 anni, convogliate in questa puntuale e affascinante biografia, hanno permesso di ricostruire la vita e il misterioso destino dei gioielli raccolti dai fratelli Ščukin: Sergej, Pëtr, Dmitrij e Ivan.
Del Palazzo Trubeckoj, antica dimora ancora esistente situata a pochi passi dal Cremlino, che ospitò i membri della famiglia Ščukin e la celebre collezione d'arte, rimangono alcune fotografie in bianco e nero del 1914 che restituiscono lo sfarzo delle sale e la meditata disposizione delle opere sulle pareti delle stanze a tema: la sala della musica dedicata agli Impressionisti che ospitava 13 Monet, due Pissarro e un Sisley; il salone rosa con le 30 opere di Matisse; la saletta dedicata ai Picasso di cui collezionò 51 capolavori del periodo blu, rosa e cubista. Nessun'altra collezione privata al mondo ne aveva così tanti.
Abbiamo alcune testimonianze dell'effetto che faceva entrare nel palazzo: “Ieri sera - annotò nel suo diario l'11 febbraio 1903 Margarita Sabašnikova - siamo andati dagli Ščukin a vedere la loro collezione di quadri. Ho ammirato di sfuggita la «Cathédrale de Rouen» di Monet, un suo paesaggio marino e tante altre opere: Brangwyn, Renoir, Degas, Cottet, Carrière, Whistler e Puvis de Chavannes con il suo “Pauvre pêcheur”.…Anche la casa è interessante. Vecchia di 200 anni, è arredata all'antica, da un artigiano che ha restaurato Versailles. Per un istante ho dimenticato di essere a Mosca, ed è stato scioccante ritrovarmi nel vicolo Znamenskij, nero di fango per il disgelo. Gli impressionisti che ho visto da Ščukin si sono insinuati nella mia mente per sempre. Impossibile ignorare la loro ricerca, non vedere ciò che hanno visto loro.”

La storia
Sergej Ščukin iniziò a collezionare opere d'arte dopo i quarant'anni: le tele di Monet, Degas, Cézanne, Gauguin, Van Gogh, Denis, Matisse, Picasso rivestirono a poco a poco le pareti di Palazzo Trubeckoj. La passione per l'arte si accese con un viaggio in treno a Parigi, nel maggio del 1898, in compagnia del fratello Pëtr e del loro cugino pittore Fëdor Vladimirovič Botkin. Preso alloggio al Grand Hôtel di place de l'Opéra i tre si diressero al numero 16 di rue Lafitte, dove teneva bottega Paul Durand-Ruel, il mercante degli Impressionisti. Pëtr si portò via per 4mila franchi un paesaggio urbano di Camille Pissarro “Place du éâtre français”. Sergej, l'anno dopo, acquisterà per 5mila franchi da Durand-Ruel il dipinto di Pissarro “Avenue de l'Opéra (E et de neige, le matin)”. Era solo l'inizio. Ogni anno la sua meta fissa divenne Parigi dove le leggendarie gallerie dei mercanti d'arte nate proprio negli ultimi scampoli dell'Ottocento, vennero passate al setaccio. Sergej tornerà in rue Lafitte più volte. Negli anni comprerà ben 13 tele firmate da Monet. Per “Les Prairies à Giverny” sborserà 9mila franchi, mentre il fratello Ivan pagherà 8mila un studio giovanile intitolato “Lilas au soleil”.
Ma l'annus mirabilis è il 1906. Visitando il Salon des indépendants, Sergej si troverà insieme al figlio maggiore Ivan davanti alla chiacchierata composizione fauvista di Matisse “Le Bonheur de vivre”. La tela gli verrà soffiata sotto il naso da un altro lungimirante collezionista americano che lo batté sul tempo: Leo Stein, che, insieme alla sorella Gertrude, ai tempi stava raccogliendo in Rue de Fleurus 27 una delle prime grandi collezioni d'arte moderna. Matisse accoglierà Sergej nel suo studio nel 1908 in compagnia di Ivan Abramovič Morozov, un altro grande collezionista russo d'arte moderna. Tra Matisse e Ščukin si instaurerà un legame particolare che porterà alla realizzazione di alcuni dei capolavori più significativi dell'arte del Novecento. In otto anni il collezionista acquisterà dal maestro ben 37 opere tra cui le tavole decorative “La Danse” e “La Musique”, ideate per essere posizionate sopra la scalinata del palazzo di Mosca, e la straordinaria “Chambre rouge”.

I fratelli collezionisti
La biografia tratteggia anche il profilo degli altri fratelli collezionisti. Sappiamo così che l'eclettico Pëtr (1853- 1912), fondatore del Museo di antichità russe e orientali di Mosca, fece costruire un edificio da fiaba aperto al pubblico, dove raccolse rarissimi pezzi d'argenteria russa, tappeti persiani, porcellane cinesi, paraventi giapponesi e i bronzi indiani che collezionava nei suoi viaggi. Dal collezionismo passò all'accumulazione maniacale e seriale al punto di saturare le ampie stanze della casa in un horror vacui di cimeli, ventagli, medaglie, stoffe, gioielli, manoscritti, acquistati a ritmo frenetico, tanto da dover far costruire un secondo edificio adiacente al primo per contenerli tutti.

Ivan (1869- 1908), il più piccolo dei fratelli, visse da dandy a Parigi bruciando la cospicua rendita famigliare vivendo in una dimora da scapolo frequentata da Degas, Renoir e dal milieu culturale parigino. Raggirato da un truffatore, si arrischiò a collezionare e mercanteggiare dipinti di scuola spagnola che risulteranno poi essere delle patacche attribuite a El Greco, Velázquez e Goya. Morì suicida a soli 39 sommerso dai debiti, circondato dai sui controversi pittori spagnoli e dalla sua traboccante collezione di libri. Per aggirare il problema della dubbia autenticità delle tele, il catalogo della vendita all'asta che si tenne dopo la sua morte all'Hotel Drouot riportò una descrizione sibillina dei pezzi messi all'incanto: “dipinti antichi e sculture di o attribuite a Goya, El Greco, Van Loo, Ribera, Velázquez, Zurbáran …”.

Dimitrij (1855-1932), il quarto dei figli della dinastia Ščukin, grande bibliofilo, aveva invece una predilezione per la pittura olandese e formò inoltre una delle più importanti collezioni di pittura russa. Le sale di arte olandese nel Museo Pushkin di Mosca sono in gran parte composte da opere che un tempo appartenevano a Dimitrij.
Il destino toccato in sorte alla collezione di Sergej Ščukin colpì anche l'altra grande collezione di arte moderna occidentale raccolta dall'amico e rivale Ivan Morozov, di cui Johan & Levi si appresta a dare alle stampe la biografia, firmata sempre dalla storica dell'arte Natalia Semënova. Dopo il successo ottenuto nel 2016 dalla mostra “Icons of Modern Art. The Shchukin Collection”, la Fondation Louis Vuitton di Parigi ha in programma una seconda importante esposizione dedicata a Morozov, fra fine 2020 e inizio 2021.

Scheda
Titolo: Sergej Ščukin
Un collezionista visionario nella Russia degli zar
Autori: Natalia Semënova e André Delocque
Traduzione: Ximena Rodríguez Bradford
Collana: Biografie
Editore: Johan & Levi
ISBN: 978-88-6010-237-9
Pagine: 335
Prezzo: 32,00 €
eBook: 978-88-6010-259-1
Prezzo: 21,99 €

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