Interventi

Sergio Lepri, il direttore che fece dell’Ansa il tempio delle notizie

di Dino Pesole

(ANSA)

3' di lettura

Se non avessimo il timore di mutuare l’espressione da un politico di primissimo piano dei tempi che furono, come Amintore Fanfani, di cui peraltro fu portavoce alla fine degli anni 50, non dovremmo esitare a definirlo un “cavallo di razza”. E non vi è dubbio che Sergio Lepri, scomparso ieri all’età di 102 anni, sia stato un vero cavallo di razza del giornalismo. Un maestro per generazioni di giornalisti, e non solo di quanti hanno avuto la fortuna di averlo come direttore. L’Ansa, che ha diretto per trent’anni, è stata la sua casa. Ha lasciato un’impronta indelebile, di serietà, di rigore professionale, di attaccamento alla “maglia” che è scolpita nel Dna di centinaia di colleghi. L’Ansa è di tutti – amava ripetere – se lo scrive l’Ansa allora quella notizia ha il crisma dell’affidabilità. E allora attenzione, giovani e vecchi cronisti: quando scrivete una notizia, quando quella notizia – come ancora oggi si dice – viene battuta dall’Ansa, allora è una notizia ufficiale. Attenzione a verificare bene le fonti. Meglio attendere qualche minuto prima di “batterla”, e non lasciatevi prendere la mano dalla smania di arrivare prima degli altri.

È stato un direttore serio, rigoroso, affabile e determinato Sergio Lepri. Il giovane praticante che varcava per la prima volta la soglia di via della Dataria aveva l’impressione di essere entrato in una sorta di “tempio della notizia”. Sei dell’Ansa, ricordatelo! E bisognava ricordarlo anche quando il direttore, con il suo modo garbato ma severo, ti faceva notare che forse eri stato un po’ distratto il giorno prima. Già perché Lepri era solito rileggere con puntigliosità in quegli anni il notiziario ciclostilato che riportava i “take” del giorno prima. E non risparmiava rimproveri, bonari ma netti, al pari dei complimenti, quando li meritavi. Nella “spiegazione” iniziale che apre il suo volume del 1989 Scrivere bene e farsi capire, manuale di linguaggio per chi lavora nel mondo della comunicazione, ne parla in questo modo citando una delle regole base dell’Economist di quegli anni: noi siamo i più bravi e lo siamo per la qualità delle nostre analisi e del nostro modo di scrivere. Per questo “teniamo sempre temperate le matite blu”. Proprio quelle matite con cui cerchiava sul notiziario le notizie degne di essere citate per chiarezza del linguaggio e assoluta correttezza rispetto ai canoni classici della professione.

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Il linguaggio, certo, da curare tenendo ben in evidenza sulla scrivania quel Manuale di linguaggio giornalistico, la cui prima edizione risale al 1976, una sorta di Bibbia per chi entrava all’Ansa. Ma non solo: preparazione, capacità di sintesi, curiosità, passione, massimo scrupolo nell’attività quotidiana. Selezioni dure, apprendistato di livello, una vera scuola, un bagaglio insostituibile anche per chi poi ha preso altre strade. E, quando il giovane cronista parlamentare, ormai pienamente integrato nella redazione, gli annunciava che aveva deciso di fare il salto in un quotidiano, il suo sguardo si faceva severo, e con il suo usuale garbo (e con affetto) non risparmiava rimproveri, tirate di orecchi. Al giovane cronista di allora restano molti ricordi del “direttore”. Uno degli ultimi, sui campi da tennis (che Lepri ha frequentato fino a una decina di anni fa). «Direttore, come va?», chiede l’ormai maturo cronista incerto se il direttore a tale distanza di tempo ricordi perfino il suo nome. «Bene. E lei come sta? Non ho mica dimenticato quando se ne è andato! Ha visto che l’Ansa è rimasta nel suo Dna di giornalista!».

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