Calcio italiano

Serie A, sulla ripresa pesa il rischio penale in caso di contagio dei calciatori

Per il giuslavorista Giampiero Falasca i club potrebbero essere chiamati a rispondere sul piano civile e penale in caso di contagio di atleti o dello staff

di Marco Bellinazzo

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Per il giuslavorista Giampiero Falasca i club potrebbero essere chiamati a rispondere sul piano civile e penale in caso di contagio di atleti o dello staff


4' di lettura

Tra i rischi al centro dei pensieri dei presidenti della Serie A c’è quello penale. Nell’eventualità di nuovi contagi tra i calciatori e i membri dello staff, se e quando ricominceranno allenamenti e partite, sussiste in effetti la possibilità che il club e chi lo rappresenta sul versante della sicurezza sul laoro sia chiamato «a rispondere sul piano civile e non solo: i dirigenti potrebbe essere considerati responsabili sul piano penale».

L’esperto di diritto del lavoro
Lo ha spiegato all’Ansa Giampiero Falasca, avvocato giuslavorista esperto di sport e collaboratore del Sole 24 Ore, dopo i dubbi in merito sollevati dai medici delle squadre. «Un caso del genere potrebbe esser considerato infortunio sul lavoro, come ha precisato il Decreto Cura Italia», anche se «non tutti i contagi sarebbero fonte di responsabilità, se i club dimostrano di aver messo in campo tutte le cautele». Gli sportivi professionisti, come spiega Falasca, sono “lavoratori dipendenti”, e «le società di calcio hanno il dovere di adottare, nei loro confronti, tutte le misure idonee a tutelare la loro salute. Non basta applicate un protocollo sanitario, per quanto ben scritto, per ritenersi adempienti rispetto a questa obbligazione. La giurisprudenza, civile e penale, è molto esigente con i datori di lavoro, e ritiene necessario che questi siano in grado di applicare, in ogni momento, il massimo della tutela possibile per prevenire la sicurezza dei dipendenti».

Rischio contagio

Cosa accadrebbe perciò nel caso di contagio di un calciatoredurante la ripresa dell’attività? «Un caso del genere potrebbe essere considerato un infortunio sul lavoro, come ha precisato l’articolo 42 del Decreto Cura Italia che ha incluso l’infezione Covid-19 nella nozione - fa notare Falasca -. In presenza di tale evento, la società sportiva potrebbe essere chiamata a rispondere sul piano civile, rimborsando tutti i danni non coperti da Inail, e anche su quello penale: i dirigenti potrebbe essere considerati responsabili sul piano penale per non aver adottato tutte le cautele necessarie a impedire l’evento. Ovviamente - aggiunge poi -, non tutti i contagi sarebbero fonte di responsabilità: le società e i loro dirigenti potrebbero liberarsi di ogni accusa dimostrando di aver messo in campo tutte le cautele necessarie a prevenire il contagio».

Sport di contatto
Anche le fabbriche devono fare i conti con il rischio di contagi, «e questo è vero, ma solo in parte. In fabbrica è possibile definire un protocollo che consenta di evitare i contatti, in uno sport come il calcio nulla e nessuno può impedire che gli atleti siano vicino tra loro per lunghi periodi. Questa situazione - sottolinea Falasca - li espone di più al rischio: qualcuno potrebbe accusare le società di non aver considerato questo rischio, consentendo la ripresa dell’attività agonistica in maniera troppo frettolosa. È un tema delicato, non ci sono certezze: ma i dirigenti devono tenere conto di questo rischio, per evitare brutte sorprese, anche personali, in caso di ripresa del contagio. Di fronte all'incertezza del momento diffido da chi vende soluzioni facili. Ma un suggerimento sento di darlo: non basta un protocollo sanitario, bisognerebbe adottare tempi coerenti con un effettivo rientro del virus entro soglie di rischio accettabili. Capisco le grandi implicazioni economiche di ogni decisione: l’industria del calcio fa lavorare tante persone e va difesa. Ma un mese in più potrebbe aiutare a difendere, invece che indebolire, questo business: immagini cosa accadrebbe se a giugno ci fossero nuovi contagi».

I medici della Serie A
Una considerazione legale che si sposa con le cautele dei responsabili sanitari delle 20 squadre di serie A che con una nota all’Ansa, chiariscono le loro osservazioni pubblicate su Repubblica.it e risalenti al 19 aprile (prima della videconferenza tra le componenti della Figc e il ministro Vincenzo Spadafora) sottolineando che «nessuno di noi è contrario a finire il campionato, non c’è alcuna preclusione, anzi. Siamo tutti perché il torneo venga concluso. Il problema è quando, perché va fatto in sicurezza. Noi siamo convinti che questa sicurezza si possa ragionevolmente raggiungere, e la questione decisiva dunque è la variabile tempo». Queste osservazioni i medici le avevano inviate alla commissione tecnico-scientifica sull’emergenza coronavirus della Figc. «Nei giorni scorsi i responsabili sanitari dei club di Serie A hanno ricevuto il protocollo organizzativo e di screening proposto dalla Commissione Medico Scientifica della Figc - spiegano -. I medici, con spirito propositivo, hanno elaborato e proposto delle osservazioni al fine di coniugare sicurezza ed applicabilità, inviandole all'attenzione della Commissione e della Lega calcio Serie A attraverso l'allora coordinatore Dott. Tavana. I medici ci tengono ora a chiarire che i documenti sono finalizzati esclusivamente alla tutela della salute dei tesserati e sperano che vengano unicamente utilizzati a tale scopo».

La Federcalcio
Dal canto suo la Figc ha sottolineato che «gran parte delle segnalazioni pervenute la scorsa settimana alla Commissione medico scientifica della Federcalcio da 17 medici dei club di Serie A riguardanti il protocollo per la ripresa degli allenamenti sono state già recepite dal gruppo di lavoro presieduto dal professor Paolo Zeppilli e sottoposte lo scorso 22 aprile al ministro dello Sport, Spadafora, per un'analisi approfondita e in via di miglioramento. La Figc fa riferimento alla lettera inviata lo scorso 19 aprile, il giorno delle dimissioni di Rodolfo Tavana (responsabile sanitario del Torino) dalla Commissione, dai 17 medici sociali dei club al prof. Zeppilli. Lo stesso Zeppilli la mattina del giorno successivo ha risposto proprio a Tavana in merito alle segnalazioni pervenute. Da via Allegri, insomma, si fa notare che la questione è stata già affrontata e discussa con spirito di collaborazione e si teme quindi una strumentalizzazione della situazione.

La Uefa
Intanto l’Uefa, ribadendo quanto detto dal comitato esecutivo
il 23 aprile, ha inviato una lettera alle federazioni fissando
1 mese di tempo per comunicare il piano, la data e il format di
ripresa dei campionati. Un mese quindi per dare delle certezze
per arrivare al termine dei campionati nazionali.

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