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Serie A, la vera sfida è l’incremento dei ricavi (con o senza l’intervento dei grandi fondi)

Via libera all’unanimità dai 20 presidenti sul vaglio delle offerte di Cvc-Advent-Fsi e Bain-Nb Renaissance: vince la linea di Dal Pino

di Marco Bellinazzo

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2' di lettura

La «sfida colossale» - come l’ha definita il presidente della Lega di Serie A Paolo Dal Pino - di rivoluzionare la gestione dei diritti tv è stata lanciata. Ma sull’esito è arduo fare pronostici. L’assemblea dei club ha deciso il 9 settembre di andare avanti nel valutare la creazione di una media company (la Premier l’ha costituita nel ’98, la Liga da una decina d’anni) e nell’approfondire i dettagli delle offerte dei fondi di private equity rimasti in gara. Le questioni aperte sono di non poco conto: dall’incastro con la legge Melandri, ai diritti dei club che subentreranno in Serie A, visto che dal 2010 hanno frequentato il massimo campionato 35 diversi team.

Le importanti ricadute

In ogni caso, la decisione finale che i 20 club assumeranno avrà ricadute cruciali per il futuro del sistema calcistico nazionale. E non solo. In uno scenario europeo che, come ha ricordato il presidente di Juve ed Eca, Andrea Agnelli, vedrà una contrazione dei ricavi di 4 miliardi nelle 2 stagioni ostaggio della pandemia, i club italiani hanno necessità di incassare liquidità e di una governance più manageriale e meno “politica”.
Le offerte delle 2 cordate (Cvc, Advent e il gruppo italiano Fsi da una parte e Bain Capital e Neuberger Bernman dall’altra) vanno incontro a questi bisogni. Tuttavia, con il 10% della newco la Lega dovrebbe cedere il timone economico e commerciale ai fondi e girare a questi ultimi una quota di circa il 15% degli utili annuali (a vita per Cvc, per 50 anni per Bain).

Alla ricerca della giusta remunerazione

Una contropartita che potrebbe non essere adeguatamente remunerata dal miliardo e mezzo messo fin qui sul piatto. Ben vengano perciò tutti gli approfondimenti del caso. Dopo tutto Dal Pino ha precisato che in ultima istanza la media company potrebbe vivere anche da sola. Peraltro, ciò di cui si sta discutendo in queste settimane è a monte del processo di vendita.
Ciò che sta a valle, vale a dire come si cederanno i pacchetti e a quali piattaforme (a breve sarà necessario emanare un bando per il 2021/24 e si dovrebbe partire da quelli esteri), ovvero se si vorrà dare vita a un proprio canale (la proposta Mediapro e quella di Aurelio De Laurentiis potrebbero integrarsi nell’alveo della newco) sono nodi tuttora da sciogliere.

La vera sfida dei ricavi

La vera sfida colossale per la A, con o senza fondi, è l’incremento dei ricavi tv (circa 1,4 miliardi annui). Recuperare il terreno perduto all’estero non sarà facile (la A incassa circa 350 milioni, la Premier 1,6 miliardi). Piuttosto per dare una scossa al ristagnante mercato italiano serviranno stadi di qualità (e va accolta con favore la novità del Dl semplificazioni che abolisce i vetusti “vincoli” sugli impianti) e una rete di trasmissione all’avanguardia.
Una decina d’anni fa in Gran Bretagna British Telecom puntò sul calcio per velocizzare l’espansione della banda larga. Oggi potrebbe toccare all’Italia. La Serie A rappresenta il contenuto ideale per stimolare l’adesione a nuovi abbonamenti in streaming. E non può essere solo un caso se l’advisor di Cvc, Rothschild, sia anche coinvolto nella partita della Rete Unica accanto a un player industriale come Tim.

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