le sfide della crescita

Serve un comitato per rilanciare la produttività

di Gian Paolo Manzella

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(EtiAmmos - stock.adobe.com)


3' di lettura

Che l’Italia abbia bisogno di una politica per la produttività è opinione unanime: fondata sui dati. In Francia e Germania questo indicatore è cresciuto, nel periodo post-crisi, attorno all’1% all’anno, in Italia è rimasto prossimo allo 0%: il dato più basso fra i 37 Paesi analizzati dall’Ocse. Numeri crudi, che chiariscono come la produttività sia, da due decenni, la questione italiana, la ragione della stagnazione del nostro Paese.

Sì, perché dietro questa parola e dietro a quel che descrive – e cioè quanto valore un lavoratore produce – si nasconde molto di quello che non va, oggi, nel sistema Italia: inefficienze amministrative, imprese che non colgono tutte le opportunità della tecnologia, lavoratori non formati alle sfide del nostro tempo, una cultura manageriale che non riesce a imporsi sulle regole del capitalismo famigliare.

Se siamo fanalino di coda dei nostri partner, il rallentamento della produttività non è, però, problema solo italiano. Ed è per questo che il livello europeo ha cominciato a mettere ordine nelle politiche per la produttività dei singoli Stati membri. Prima, il richiamo contenuto nella cosiddetta Relazione dei cinque presidenti del 2015 e poi la raccomandazione del Consiglio dell’Unione europea del 2016, invitavano ognuno degli Stati membri a dotarsi, entro il 20 marzo 2018, di un organismo per affrontare la questione.

Nascono così i Comitati per la produttività, soggetti indipendenti che in ogni Stato membro sono essenzialmente incaricati di tre cose: analizzare la situazione della produttività; suggerire ai governi misure per accelerare la crescita; dialogare con la Commissione su questo tema centrale per il futuro economico europeo.

Queste raccomandazioni sono state generalmente seguite e oggi i Comitati sono presenti in molti degli Stati membri della zona euro. In forme diverse: in alcuni ordinamenti si sono incaricati organismi preesistenti (questo il caso di Germania, Grecia, Irlanda, Lituania, Paesi Bassi, Portogallo e Slovenia), in altri si sono creati nuovi organismi, che spesso si avvalgono di strutture ministeriali o di istituti di ricerca (così in Belgio, Cipro, Finlandia, Francia, Lettonia, Lussemburgo, Malta e Slovacchia). Anche dal punto di vista della composizione si registrano differenze: sia dal punto di vista numerico (dove si va dai 4 membri della Finlandia ai 16 dell’Irlanda), sia della provenienza dei componenti (in alcuni casi ci sono soluzioni più “rappresentative” e aperte alle parti sociali, in altri si è scelta una composizione più accademica, in altri ancora più direttamente amministrativa).

Se, dunque, i Comitati hanno una composizione variabile, quel che però tutti accomuna è l’autonomia funzionale dal potere politico, spesso garantita dalla legge istitutiva – è il caso, ad esempio, di Belgio, Finlandia, Lussemburgo, Slovenia e nei Paesi Bassi: un dato che si traduce in risorse sufficienti, in una piena autonomia nella decisione del programma di lavoro, in un accesso alle informazioni necessarie all’espletamento del mandato, in un’assenza di vincoli nella pubblicazione delle analisi e delle proposte.

In questo quadro in movimento – ed è paradossale, essendo tra i Paesi che più ne ha bisogno – manca l’Italia, unico grande Paese della zona euro insieme alla Spagna a non essersi ancora dotato di questo organismo, nonostante una proposta di legge del Cnel del marzo 2019.

È una lacuna che va immediatamente colmata e per questo ho proposto ai ministri Patuanelli e Gualtieri di avviare l’istituzione del Comitato.

Per più ragioni.

Prima di tutto per allineare il nostro Paese agli altri partner europei e per partecipare, in maniera piena, al confronto di scelte e indirizzi che ora coordina la Commissione e dal quale siamo stati sino a oggi assenti. Poi perché la nostra politica ha assoluto bisogno di un “luogo istituzionale” della produttività: che – in una composizione ristretta e qualificata – porti insieme competenze oggi disperse, aumenti la consapevolezza del tema per il nostro futuro, indichi le misure per fare ripartire il Paese. In terzo luogo il discorso economico italiano si avvantaggerebbe, e molto, della partecipazione di un soggetto terzo e autorevole, che potrebbe riportare economisti, statistici e sociologi all’interno del dibattito pubblico.

Essenziale, in tutto questo, assicurare a questo organismo, quale che sia la forma organizzativa finale, la massima autonomia dal potere politico e la massima autorevolezza (si pensi, ad esempio, che il Comitato francese ha al suo interno una personalità come Olivier Blanchard, già capo economista del Fondo monetario internazionale). Scelte del governo basate su valutazioni indipendenti e coinvolgimento di tecnici di alto profilo sono due elementi che faranno bene alla qualità delle decisioni e, di riflesso, all’economia italiana.

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