oltre i numeri dell’istat

Serve più qualità per far ripartire l’occupazione

di Francesco Seghezzi


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3' di lettura

La quasi quotidiana diffusione di dati sull’andamento del mercato del lavoro rende difficile orientarsi tra numeri e interpretazioni. Solo pochi giorni fa i giornali titolavano sulla crescita del tasso di disoccupazione, mentre i dati diffusi dall’Istat la scorsa settimana ci dicono che proprio questa è diminuita raggiungendo il livello più basso dal 2011.

Questa apparente schizofrenia è generata dal fatto che i dati consolidati relativi ai trimestri giungono in ritardo rispetto a quelli delle diffusioni mensili, così che il dato sul secondo trimestre della scorsa settimana, aggiornato al mese di giugno, risulta più vecchio (ma meno soggetto a errori) di quello relativo a luglio. Questo è solo un esempio di quanto difficile sia comprendere il significato dei dati. Se poi si entra nel dettaglio e non ci si accontenta delle medie nazionali e generali è possibile scoprire alcuni elementi che spesso restano sullo sfondo. Infatti non basta guardare al numero degli occupati aumentati o diminuiti per comprendere l’andamento del mercato del lavoro e, con esso, dell’economia italiana. Le profonde trasformazioni tecnologiche, demografiche e dei sistemi produttivi oggi contribuiscono a frammentare sempre di più il lavoro rendendo inutile un semplice esercizio di conta del numero dei lavoratori. La qualità più che la quantità è la vera cifra dei punti di forza e di debolezza del lavoro contemporaneo. Il lavoro subordinato a tempo indeterminato, le grandi percentuali di lavoratori nell’industria, il turnover generazionale lineare, sono tutte caratteristiche che oggi mancano.

I nuovi dati Istat dipingono proprio questa frammentazione che si nasconde dietro ai numeri macro. Si scopre così che nel secondo trimestre del 2019 gli occupati sono aumentati di 78mila unità rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente, ma che questo numero è composto da 83mila nuovi occupati part-time unito al calo di 5mila occupati full time. E questo dato spiega come sia possibile che siano allo stesso tempo diminuite le ore lavorate ma aumentato il numero dei lavoratori, semplicemente un numero maggiore di occupati lavora complessivamente meno. Perché ricordiamo che il part-time non significa per forza, come spesso si immagina, il dimezzamento delle ore lavorate; sono possibili, ed esistono diffusamente, contratti di lavoro part-time con un numero di ore pari al 20-30-40% del tempo pieno. Lavoratori part-time sempre più involontariamente, il 64,8% di loro infatti sarebbe disponibile a lavorare un numero maggiore di ore, ma trova unicamente posti di lavoro a orario ridotto. Un primo dato questo che ci permette di far emergere una prima ombra sulla crescita occupazionale degli ultimi mesi.

C’è poi un ulteriore elemento che desta preoccupazione, soprattutto perché in linea con le dinamiche degli ultimi anni. Se si scompongono per classe d’età i lavoratori si scopre che il tasso di occupazione tra i 15 e i 24 anni è sì cresciuto dello 0,9% ma considerando solo la fetta tra i 20 e i 24 anni il calo è di un preoccupante 2,8 per cento. In pratica, tra i giovani cresce solo la fascia tra i 15 e i 20 anni che comprende un numero molto ridotto di lavoratori, come è facile immaginare. Proseguendo poi con l’età anche la fascia successiva mostra difficoltà con i 25-34enni che vedono il tasso di occupazione diminuire dello 0,3 per cento. Crescono invece i lavoratori più maturi, in particolare, come ormai da moltissimi trimestri, quelli tra i 50 e i 64 anni (+0,9%), spinti soprattutto dagli effetti della riforma Fornero.

Sono solo due dati che letti insieme aiutano a comprendere le grandi difficoltà che il mercato del lavoro italiano vive in un momento storico nel quale lo stop dell’economia italiana, insieme a quella tedesca, non può che generare incertezza. Ma soprattutto due dati importanti per capire come possano coincidere in Italia dati tutto sommato positivi se si guarda al numero complessivo e quel profondo disagio sociale che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi anni. Lo sforzo del legislatore dovrebbe essere quello di una conoscenza più profonda di questi fenomeni che sono tutt’altro che un dettaglio statistico, ma che riguardano la vita di centinaia di migliaia di persone che non possono che restare sconcertate davanti all’annuncio di una crescita degli occupati o di un miglioramento del mercato del lavoro. Ma attenzione, sarebbe una utopia oggi far coincidere la qualità del lavoro con il vecchio lavoro a tempo indeterminato per tutti. Mettere al primo posto la qualità significa oggi parlare di competenze, di portabilità delle tutele tra lavori diversi, salari e loro criteri di composizione, ore lavorate, riqualificazione professionale, nuovi modelli di organizzazione del lavoro, invecchiamento attivo sul lavoro e altro ancora. Tutti temi che al momento non si vedono all’orizzonte.

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