Oltre il Pnrr

Serve una politica industriale organica per la svolta digitale

di Antonio Perrucci

(Martin Bertrand / Hans Lucas via)

3' di lettura

La Commissione von der Leyen ha basato il proprio programma sulle due grandi trasformazioni: digitale ed ecologica, cui destina la gran parte dei fondi del Next Generation Eu. Anche il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) italiano ha seguito questa impostazione, assegnando al digitale e alla transizione ecologica i 2/3 delle risorse disponibili. In particolare, al digitale è riservato il 27% delle risorse del Pnrr e a esso vanno ricondotte diverse importanti riforme. A partire dall’esperienza del nostro Paese, ci si chiede se l’insieme degli interventi previsti dal Pnrr configuri un intervento di politica industriale per l’ecosistema digitale. La risposta è affermativa. Tuttavia, una organica politica industriale per la trasformazione digitale dell’industria italiana richiede di andare oltre il Pnrr, che – necessariamente – presenta alcuni vincoli. Da un lato, l’orizzonte temporale, fissato al 2026 (anche se evidentemente gli effetti positivi non terminano quell’anno); dall’altro lato, gli obiettivi, tra cui non sembra esservi quello di mutare, grazie alle tecnologie digitali, il nostro modello di specializzazione produttiva. Ma quest’ultimo era un obiettivo del Pnrr? E, comunque, questa straordinaria occasione può contribuire a una più solida collocazione dell’Italia sui mercati internazionali? Indubbiamente, sono temi che non consentivano risposte approfondite e condivise nei tempi ristretti del Pnrr. Considerato che le domande restano, le risposte vanno pertanto cercate in misure ulteriori rispetto a quelle del Pnrr. A questo riguardo, incoraggia sapere che non si parte da zero. Difatti, gli interventi per lo sviluppo delle reti fisse e mobili di nuova generazione stanno superando brillantemente il vaglio dell’Unione europea, e si auspica che ciò succeda per altre importanti misure (cloud, sanità digitale, giustizia telematica). Ciò premesso, è importante seguire quanto sta accadendo sul versante europeo, accanto e oltre il Ngeu, sempre con riguardo al digitale. Nell’anno in corso, si registra lo sforzo della Commissione per impostare una visione decennale sul digitale, dieci anni dopo il varo dell’Agenda Digitale (2010). Si segnalano la comunicazione del marzo scorso “Bussola per il digitale 2030: il modello europeo per il decennio digitale”, e la decisione del settembre scorso, “Path to the Digital Decade”, che imposta un programma di policy per il decennio. In questo contesto, si inseriscono iniziative riconducibili all’ecosistema digitale: già avviate (cloud e big data, supercomputer, intelligenza artificiale), oppure in via di definizione (Chips Act). Si tratta di interventi volti a rafforzare la competitività dell’industria europea nel digitale, ad aumentarne l’autonomia strategica, che si affiancano alle proposte di regolamentazione per rafforzare la concorrenza, quale in particolare il Digital Markets Act. In altri termini, l’Europa sta destinando risorse al sostegno della R&S e dell’innovazione tecnologica, ma anche direttamente agli investimenti, superando il Brussels effect, che la vede specializzata soltanto nella produzione di regole (come nel caso del Regolamento generale sulla protezione dei dati). Per il successo di questo programma di “politica industriale per il digitale”, occorre tuttavia che si superino alcuni fattori ostativi al raggiungimento di una impostazione condivisa e di sistema. Non basta, infatti, la diffusa consapevolezza dell’accesa competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina, e del rischio di un ruolo marginale dell’Europa, se non si superano le marcate diversità di approccio tra i Paesi membri rispetto al ruolo dell’intervento pubblico. Solo la drammaticità della situazione economica e sociale ha consentito che – in via eccezionale – si varasse il più ingente pacchetto di misure di stimolo mai finanziato in Europa. Come hanno ricordato Buti e Messori su questo giornale, il Ngeu ha posto le basi per una possibile politica fiscale centralizzata: si tratta tuttavia di una condizione necessaria, ma non sufficiente, per una politica fiscale europea permanente. Il tema diventa critico, se si spinge l’orizzonte oltre il 2026, quando finiranno il Ngeu e anche le temporanee sospensioni del Patto di stabilità e le deroghe alla disciplina ordinaria sugli aiuti di Stato. Non a caso, il 2030 è il traguardo temporale della strategia per un’Europa protagonista nel digitale. Anche il nostro Paese dovrebbe – quindi – muoversi oltre l’orizzonte del 2026. Nel guardare al prossimo decennio, torna la questione dell’evoluzione del modello di specializzazione dell’Italia, ossia il rafforzamento della sua competitività nei settori ad alta tecnologia, a cominciare da quelli dell’ecosistema digitale. L’auspicio è che il governo possa contare su un contesto politico, ma anche del dibattito scientifico, adeguato a un compito assai impegnativo, ma che – inevitabilmente – prima o poi va affrontato e risolto.

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