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«Serve una strategia delle istituzioni per rafforzare il sistema»

di Nino Amadore

Patrizia Monterosso. Dirige la Fondazione Federico II che è emanazione dell'Assermblea regionale siciliana

3' di lettura

«Ho avuto diversi ruoli nella mia vita ma credo che attraverso la cultura riesci a fare quello che con mille giornate di lavoro non riesci a fare». Comincia così questa intervista con Patrizia Monterosso, direttrice della Fondazione Federico II, emanazione dell’Assemblea regionale siciliana e pertanto presieduta dal presidente dell’Ars Gianfranco Micciché. 

L'economia della cultura a Palermo non è mai stata misurata e una cosa non misurata non esiste. È come se avessimo le miniere d’oro ma questo oro non ha vero valore. Che ne pensa?

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È il tema dei temi della Sicilia da sempre. È un po’ il ragionamento che ho fatto io quattro anni e mezzo fa facendo riferimento a un grande attrattore culturale come il Palazzo Reale che era trattato solo come un grande contenitore.

Che ha fatto?

Ho dovuto studiare per segnare la strategia e il percorso della Fondazione. Studiare significa capire che impatto negativo ha avuto non avere avuto in questi anni un approccio corretto. Palazzo Reale è un libro vivente di storia. Bisognava, per esempio, riportare alla luce il percorso archeologico dove per un periodo nefasto di Palermo si lavavano le macchine.

Un autolavaggio?

Questo avviene quando mercifichi la cultura, quando non ti rendi conto di quanto sia preziosa la cultura per se stessa e per gli altri. Così anche tutto ciò che è meraviglioso può essere ridotto a deposito e autolavaggio. Abbiamo applicato il criterio di cura che porta cura: cura che porta una cura culturale ma anche economia. Abbiamo recuperato tutti i reperti rinvenuti negli scavi del 1984 messi da parte e rimasti in deposito. Abbiamo riportato a Palazzo quella storia che sono le radici puniche non solo del palazzo ma della città.

Cosa ha significato in termini economici l'allargamento di visita?

Questa è stata una cosa importante: la strategia iniziale, la programmazione. Pensare che il Palazzo dovesse essere fruito maggiormente.  Tutte queste iniziative (gli appartamenti reali, il percorso archeologico, le mostre) hanno portato un impatto economico importante tanto che la Fondazione si autoalimenta. Nel 2019 abbiamo fatturato 4,8 milioni che si traduce per noi esattamente negli stipendi di 44 persone, l’incentivazione del percorso turistico e altre iniziative. 

Tutto questo ha portato anche investimenti rigenerativi per il Palazzo, rigenerativi per la cultura ma hanno portato un’attrattività tale che io oggi potrei dire qual è il delta di visitatori che io avrò tra un mese o hanno richiesto la visita riservata.

Parliamo di startup, la Fondazione ha anche un ruolo guida per la nascita della filiera.

Vi sono idee innovative che ci vengono presentate. I Cloni d’arte, definiti così da questo progetto finanziato e riconosciuto dal Mibact, ne sono un esempio: abbiamo accolto questa idea innovativa e culturale all’interno del bookshop ma prima abbiamo fatto un allestimento a Palazzo lungo il percorso di visita. Giorgio Gori non è siciliano, ha di bello il fatto che ha riconosciuto sin dall'inizio del progetto che l'innovazione è al servizio dell'arte. Ma non è l’unica: vi è un ragazzo siciliano, laureando in economia e commercio, che ha realizzato una linea tessile, di sacche, di piccole borse riprendendo i simboli dell’architettura siciliana. Veniamo contattati però non si può dire di sì a tutti: il prodotto deve essere al top.

Un lavoro importante il vostro ma manca ancora qualcosa in generale.

La strategia, che deve derivare da organismi istituzionali perché altrimenti c’è solo lo sforzo immane da parte di Fondazioni, associazioni che offrono anche una qualità di proposte culturali con sacrifici enormi. Possiamo parlare di esperienze positive ma sono sempre legate alla progettualità e alla capacità dei singoli e questo non fa bene al territorio, al sistema culturale, al sistema economico. L'attrattore culturale ha una responsabilità nei confronti dei più piccoli ma non di tutti: è impossibile. Certo le Fondazioni potrebbero riunirsi tra di loro e ragionare sulla proposta: questo si può fare. Ci sono Fondazioni in Sicilia che lavorano molto bene ma bisogna uscire da un approccio assistenzialistico. È difficile da dirsi: bisogna proiettarsi in uno slancio in avanti in cui devi progettare un anno prima due anni prima perché questo ti porta ad avere garanzia di una continuità lavorativa.

C’è un problema di risorse?

Bisogna chiedersi: quanto viene riservato alla cultura a monte e per che cosa? Quanto coincide l’idea di valorizzazione? Pensate se all’inizio di una programmazione comunitaria venissero dedicati dei fondi su questo. Pensate se invece a ognuno di noi per il settore di cui si occupa sapesse che invece di attendere il bando pubblicato c'è una call che ogni tre cinque mesi un anno è ripresentabile. Potremmo lavorare insieme.

Perché non viene fatto?

Io non lo so. Non lo so.

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