Intevista a Stefano Bonaccini

«Serve vaccino italiano, distretto del packaging pronto a produrre»

di Ilaria Vesentini

Il Governatore dell’Emilia Romagna: faremo della nostra Regione la data valley europea. Qui l’80% della capacità di calcolo italiana, il 20% di quella Ue

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7' di lettura

È la regione con il più alto incremento di casi di Covid-19 rispetto alla popolazione, in questa terza ondata epidemica. E per prima, tra le grandi aree produttive del Paese, ha deciso un lockdown da zona rossa e chiuso tutte le scuole, pur rientrando ancora in zona arancione. «Avendo osservato che stava succedendo in Gran Bretagna e in Europa aspettavamo questa impennata e mi sono assunto la responsabilità di chiudere tutto subito per cercare di abbinare all’accelerazione delle vaccinazioni un’immediata frenata dei contatti sociali. Per far sì che la stagione estiva non subisca contraccolpi e che a tali restrizioni non si debba mai più ricorrere in futuro. Finita l’emergenza, il nostro Piano per il lavoro e il clima potrà sprigionare appieno tutta la sua potenzialità». Il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, 54 anni, non incespica quando lo si provoca sul perché la via Emilia, modello di eccellenza sanitaria e locomotiva economica del Paese, si ritrova oggi a fare i conti con contagi record, un crescente scontento sociale e un tessuto produttivo che ha perso più punti di Pil della media nazionale. Svicola però quando si parla di politica e di malumori nel Pd, partito con cui è cresciuto, prima come assessore a Modena, poi come segretario regionale, consigliere regionale e infine, dal 2014, come governatore (ma il simbolo del Pd l’ha fatto sparire nella campagna elettorale che lo ha riportato al timone di Viale Moro lo scorso gennaio).

Presidente, non poteva fare qualcosa di più per evitare di tornare di nuovo in lockdown con contagi record?
Sapevamo che questa terza ondata sarebbe stata pesantissima, le varianti hanno cambiato la natura stessa del virus, ma ora abbiamo uno strumento in più rispetto allo scorso anno, i vaccini, e abbiamo predisposto una rete sanitaria in grado di assicurare oltre un milione di vaccinazioni al mese. Il problema è che non arriveranno in Emilia-Romagna un milione di vaccini al mese… Intanto è stato già un grande passo la decisione di Draghi di bloccare l’uscita dai confini dei vaccini prodotti qui per far rispettare i big pharma gli impegni presi. Contemporaneamente bisogna che Ema e Aifa accelerino i tempi di approvazione di nuove formulazioni e nel frattempo dobbiamo strutturare una filiera italiana per produrre vaccini. Se aspettiamo i vaccini made in Italy prima del 2022 non si torna alla normalità! Bisogna comunque che l’Italia si organizzi per produrre dosi in proprio, noi qui in Emilia abbiamo il distretto nazionale del packaging che si sta attrezzando per dimezzare i tempi di costruzione delle linee di riempimento e confezionamento e abbiamo anche i bioreattori nel sito della fallita Bio-on. Non servirà forse per rispondere all’emergenza Covid 2019 ma per affrontare i prossimi virus e assicurare alla comunità che non si verificheranno mai più restrizioni drammatiche come quella vissuta nell’ultimo anno.

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Salta anche quest’anno la Pasqua. Pensa si salverà almeno la stagione estiva in Riviera?
Se ho deciso di portare dall’arancione al rosso la Romagna già dallo scorso 8 marzo è proprio per abbassare subito i numeri altissimi di contagio e permettere al nostro sistema ricettivo di arrivare con più tranquillità all’estate. La scorsa stagione non è andata male sulla costa, a dispetto delle città d’arte e dell’Appennino, abbiamo perso gli stranieri che però rappresentano una quota minore degli arrivi (25% ndr), ma luglio e agosto sono andati meglio del previsto. L’aumento dei vaccinati e il caldo aiuteranno la proverbiale capacità della Riviera di garantire servizi, sicurezza e accoglienza.

Il passaporto vaccinale potrebbe aiutare?
Sono favorevole al passaporto vaccinale e sono certo che prima combattiamo l’emergenza, prima torneremo a occuparci dell’economia, degli investimenti in scuole, formazione e infrastrutture e, soprattutto, della transizione ecologica. Ricordo che il Piano per il lavoro e il clima che abbiamo firmato con tutte le forze sociali della regione lo scorso dicembre è stato antesignano delle strategie green su cui ora stanno puntando sia l’Europa con il Recovery plan sia il Governo Draghi.

Di chi è il merito?
Il merito è della qualità delle relazioni tra istituzioni, rappresentanze economiche e sociali del sistema-Emilia, che come dimostrato in occasione del sisma 2012, sa rispondere il modo coeso alle sfide più dure, mettendo da parte egoismi e campanilismi. E questa volta la sfida è arrivare al 2030 centrando tutti i 17 obiettivi dell’Agenda Onu, tanto che a firmare il nuovo Patto sono state anche associazioni ambientaliste come Legambiente. Abbiamo messo in gioco 30 miliardi di euro, tra diretto e indotto, tra pubblico e privato, per recuperare posti di lavoro di qualità, contrastare le diseguaglianze e accompagnare la transizione ecologica.

Quando fu eletto nel 2014 promise di raggiungere la piena occupazione in cinque anni: il traguardo è posticipato di un mandato?
Se non ci fosse stato il Covid ce l’avremmo fatta nei tempi previsti, eravamo al 5% di disoccupazione nel 2019. Dobbiamo tornare lì entro il 2024, questo è il mio impegno.

E come?
I punti di forza dell’Emilia Romagna sono il ruolo chiave della manifattura e il record di internazionalizzazione. L’industria manifatturiera sta reggendo molto meglio dei servizi gli effetti della pandemia perché le merci possono viaggiare e non trasmettono il virus, a differenza delle persone e quindi di settori come turismo, arte, cultura che soffrono molto. Sappiamo di non poter competere sul costo del lavoro ma sulla qualità. Per cui puntiamo a investire moltissimo su formazione e alte competenze. Stiamo lavorando in Giunta per attivare una misura che permetta ai mille cervelli migliori della via Emilia di restare qui e di investire qui sul territorio. Puntiamo anche ad attirare investimenti esteri: la decisione del colosso cinese Faw di portare in Emilia un miliardo di euro per creare il polo europeo delle supercar elettriche è un tassello chiave della transizione green. E poi c’è la scommessa sui big data e i supercomputer.

L’Emilia ambisce a diventare la “data valley” d’Europa: ce la farà?
Ce l’abbiamo già fatta: oggi in regione, tra le infrastrutture di supercalcolo presenti tra Cineca e centri ricerca, e ora con la partenza a Bologna del data center del Centro meteo europeo e l’arrivo del supercomputer Leonardo, concentriamo l’80% della capacità di calcolo del Paese e il 20% di quella europea. Il Tecnopolo bolognese diventerà uno strumento potentissimo non solo per lo sviluppo dell’Italia e del bacino mediterraneo ma per creare qui migliaia di posti di lavoro ad altissima qualificazione. Abbiamo invitato il premier Draghi a venire a visitare l’ex Manifattura tabacchi prima dell’estate.

Quali sono i progetti prioritari da realizzare in Emilia Romagna con i fondi del Recovery plan?
Infrastrutture materiali e immateriali. Non possiamo essere tra le prime aree europee per export e per manifattura ed essere agli ultimi posti per digital devide. Voglio arrivare velocemente alla completa digitalizzazione anche di tutto l’entroterra appenninico. In ottica di crescita sostenibile investiremo innanzitutto su portualità (il porto di Ravenna con l’approfondimento dei fondali raddoppierà la capacità di stoccaggio merci), ferrovie (come la Pontremolese) e ciclovie. Ma è venuto anche il tempo per sbloccare opere che aspettiamo da decenni e che ci chiedono imprenditori, lavoratori e istituzioni. Parlo di Passante di Bologna, Cispadana, Bretella di Campogalliano. Nel Recovery plan abbiamo anche chiesto, assieme a Piemonte, Liguria e Veneto, 2 miliardi di euro per la lotta all’inquinamento atmosferico in Pianura Padana, un bacino di 24 milioni di persone e metà del Pil nazionale dove nessuna misura presa singolarmente può essere efficace.

Si era fatto il suo nome come segretario del Pd. Come mai non è a Roma?.
Perché a Roma mi ammazzerebbero, non solo il profilo giusto per il gruppo dirigente del Pd

Enrico Letta è la persona giusta per traghettare il Pd fuori dalle secche?
Assolutamente sì. Conosco Enrico da tanti anni, è figura autorevole e capace, dunque in grado di guidare il Pd fuori dalle difficoltà in cui si trova e di aprire una fase costituente che ci permetta di ritornare perno di un nuovo centrosinistra. Lo ringrazio per aver accettato l’incarico di segretario, ha il mio sostegno e spero che tutto il Pd si metta al servizio di questo progetto.

A Roma c’è invece un assessore di punta della sua prima Giunta, Patrizio Bianchi, oggi ministro all’Istruzione. Lui ce la farà?
Lui è il profilo giusto nel posto giusto, una persona bravissima e adeguata e credo che se oggi è al Governo è anche perché è stato riconosciuto lo straordinario lavoro che ha fatto nella prima Giunta. Senza di lui non ce l’avremmo fatta a portare qui il Centro meteo europeo e il supercomputer Leonardo. Ed è Patrizio Bianchi il papà della rivoluzione copernicana legata al Patto per il lavoro.

E del Governo Draghi che pensa?
Che sta operando bene e nella stessa direzione in cui sta marciando la via Emilia. Ricordo che noi abbiamo costituito per primi in Italia l’equivalente regionale del Mite (ministero per la Transizione ecologica), affidandolo a Elly Schlein. Stiamo già lavorando con Colao, Giovannini, Cingolani, tutte persone capaci e competenti e lo abbiamo fatto in passato: sottoscrissi l’Alleanza per lo sviluppo sostenibile creata da Giovannini più di tre anni fa, nel mio ruolo di presidente della Conferenza Stato-Regioni.

Il blasonato sistema sanitario emiliano-romagnolo ha funzionato come doveva o no contro la pandemia?
Di fronte al correre del virus la risposta della nostra sanità è stata eccezionale, vere emergenze ospedaliere qui non ce ne sono state e il nostro credo nell’universalismo della cura oggi è diventato patrimonio comune. Non ringrazierò mai abbastanza il nostro personale medico e sanitario. Ciò non toglie che dobbiamo investire di più sulla medicina di territorio, domiciliare e sulla telemedicina. Tecnologie e formazione sono asset strategici non solo per l’industria ma anche per la sanità.

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