a tavola con

Servillo: «Affascinato dall’abisso dell’io, ma il mio teatro è fondato sul noi»

di Paolo Bricco


Servillo da San Pietroburgo: cultura ha sempre avvicinato popoli

6' di lettura

«Il noi: non riesco a interpretare diversamente l’esperienza umana. Mi affascina l’abisso dell’io. Ma credo che, per conoscerlo davvero, bisogna avere vissuto da ragazzo grandi solitudini. Io sono cresciuto in mezzo agli altri, in una festa magari anche tragica. Sono nato ad Afragola, a cinque chilometri da Napoli, in un centro a vocazione rurale. Correvo scalzo. Nei viottoli, in mezzo al fango, c’erano gli animali. Io non ho la noia degli altri. L’uomo mi piace».

Toni Servillo, 59 anni, è molto elegante in un vestito blu, ha una cravatta dello stesso colore e una camicia grigia. Siamo al Chiostro Nina Vinchi di Via Rovello, nel locale che prende il nome da Giuseppina, detta Nina, la ragazza del quartiere di Porta Venezia che fu collaboratrice di Paolo Grassi e Giorgio Strehler nella fondazione e nell’affermazione del Piccolo Teatro, nella Milano del dopoguerra socialista e borghese, popolare ma mai plebea, internazionale senza il bisogno di fare alcuna gita a Chiasso.

Di fronte a noi, su un tavolino vengono disposti toast al formaggio e al prosciutto, bicchieri di spremuta d’arancia e caraffe di acqua minerale, naturale e gassata. Servillo è - insieme a Petra Valentini - al Piccolo Teatro Grassi con lo spettacolo che ha tratto dalle sette lezioni che Louis Jouvet, uno dei principali attori e autori del teatro e del cinema francese della prima parte del secolo scorso, tenne al Conservatoire National d’Art Dramatique di Parigi, nei mesi dell’occupazione nazista, sul personaggio di Elvira del Don Giovanni di Molière. Il Piccolo Teatro di Milano e Teatri Uniti di Napoli hanno prodotto questa pièce - in cui Servillo è appunto Jouvet e Valentini è Claudia, l’allieva costretta a lasciare le scene in quanto ebrea - che sarà fino al 20 gennaio al Bellini di Napoli.

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«A pranzo, quando recito, rimango sempre leggero, poi il pomeriggio cerco di riposarmi e concentrarmi, ogni sera sul palco si ricomincia daccapo», dice raccontando un mestiere fatto di dedizione e di ritualità, di forma e di precisione, di affanno e di vocazione. Lui non appartiene alla tradizione italiana dei grandi attori colti fino alla leziosità, impostati così tanto da sembrare vagamente tromboneschi, sempre al centro di tutto anche a costo di esprimere un narcisismo in grado di condizionare - nel bene e nel male - ogni cosa intorno a loro. Tratta con una educazione non affettata e una cordialità non artificiale quelli che entrano in questa stanza riservataci nel ristorante. Il suo carisma comporta la sottrazione. E, così, Servillo è anche semplicemente Toni, diminutivo di Marco Antonio. Ha una grande passione per la musica. Suo fratello Peppe fa parte degli Avion Travel: loro due e i Solis String Quartet hanno realizzato lo spettacolo La parola canta, dedicato ai classici e ai contemporanei della cultura scenica napoletana. Ha un legame intenso e mai interrotto con la sua comunità di origine, una parte della quale ha dato vita a Napoli ai Teatri Uniti. Ha una moglie, Manuela, e due figli, Eduardo e Tommaso. Abita a Caserta: «Non potrei vivere lontano. Stare vicino alle radici permette di distinguere ciò che è autentico da ciò che è fasullo, l’originale dall’artefatto, il vero dal falso o, meglio, chi imbroglia da chi non imbroglia. E, poi, c’è la questione della lingua e del linguaggio. Il dialetto, il tuo dialetto, ha i doppi sensi e i doppi fondi».

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Tutto questo provoca e produce una attitudine normale che si rivela nell’emozione comunicata a uno sconosciuto come me per un incontro annunciato e poi rimandato, comunque felicemente imminente, con il musicista Gidon Kremer che - con il suo violino, la sua direzione di orchestra e le sue interpretazioni di Bach e di Brahms - è uno dei giganti della musica del Novecento: «Sono felicissimo - dice incurvando verso l’alto le labbra in un sorriso pieno - due anni fa l’ho visto a Venezia in un locale e mi sono avvicinato per salutarlo. Io avevo riconosciuto lui, ma lui non sapeva chi io fossi. Non mi sono presentato come un attore e regista, ma come un semplice fan. Oggi mi ha telefonato. È in Italia. Probabilmente ci incontreremo, anche se in questo momento è fermo nel traffico di Milano».

Milano, dunque, dove Servillo ha preso una casa e nelle cui vie del centro, in questo inverno ricco di luce e povero di freddo, propone al figlio che lo ha chiamato al telefonino di fare più tardi insieme una passeggiata. «Sono felice di essere qui perché il Piccolo venne fondato da Grassi e da Strehler nel 1947 all’insegna del noi, secondo una idea di teatro come servizio pubblico. Ho apprezzato il libro di Massimo Bucciantini Un Galileo a Milano, che ricostruisce lo spettacolo Vita di Galileo per la regia appunto di Strehler, la messa in scena del 20 aprile 1963 con il tutto esaurito e 160 repliche che segnò tantissimo il clima culturale, politico e civile della Milano e dell’Italia degli anni Sessanta».

Il noi è, dunque, la parola chiave di Servillo. Noi, come noi italiani. Il nostro senso di identificazione con lui è forte: perché - grazie alla popolarità ottenuta con il cinema di Mario Martone e Titta Di Girolamo, Giovanni Sanzio e Paolo Sorrentino, «ai film sono arrivato a 40 anni» - Servillo è diventato una delle grandi maschere in cui gli italiani colgono le fattezze e i profili della storia e quotidianità, della passione e della noia per la vita, della complessità delle cose e della verità del potere: Morte di un matematico napoletano, Le conseguenze dell’amore , La ragazza del lago, Gomorra , Il divo-La spettacolare vita di Giulio Andreotti , La grande Bellezza e Loro hanno contribuito a fare di Servillo una pietra a molte facce di quell’edificio insieme razionale e barocco che è la nostra identità comunitaria e nazionale, multipla e polimorfa, così chiara e così incomprensibile, in fondo da tutti noi tanto amata e detestata.

Il noi è rappresentazione della realtà. Il noi, però, è anche realtà della rappresentazione. Fenomeno culturale, funzionalità del pensiero, ruolo dell’intellettuale. A teatro, ma non solo. «Mi ha sempre colpito l’idea di Leonardo Sciascia secondo cui scrivere equivale a una buona azione. Scrivere serve a qualcuno. Nella mia visione del mondo torna, dunque, di nuovo il noi».

La sua è una vocazione d’attore radicale, ma non intellettualistica. Servillo è un uomo del Novecento. Ma, rispetto alle derive della cultura italiana di sinistra degli anni Settanta in cui si è formata la sua generazione di uomini e di donne di teatro, lui ha compiuto un passaggio evolutivo: «Insomma... il messaggio... la pesantezza ideologica ha tolto la felicità dei sensi a teatro e la felicità dell’interpretazione...».

La sua traiettoria, in teatro e fuori dal teatro, ha oggi una caratteristica precisa: in lui la dicotomia fra élite e popolo, che molto ha contraddistinto la cultura storica e il dettato civile di noi italiani e che tanto sta segnando lo spirito del nostro tempo in Europa, perde di significato e trascolora, si scioglie e si coagula in una forma non retoricamente democratica che appare in grado di sublimare ogni differenza fra l’alto e il basso. «Amo l’avanguardia - dice bevendo la sua spremuta - non sono un passatista o, si sarebbe detto una volta, un reazionario. Mi piacciono la musica di György Kurtág e la pittura di Mimmo Paladino. Lavoro con il musicista Fabio Vacchi. Però, trovo che in questi anni si sia verificato a volte un accanimento. La sperimentazione va bene. Ma l’iconoclastia per l’iconoclastia è sterile. Le indagini sul linguaggio, sganciate dalla crudeltà della vita e dell’esistenza, hanno portato molti in vicoli ciechi, dove si è soli perché gli altri non ci sono».

Gli altri, dunque, ancora. E, ancora, noi. La linfa che il teatro classico trae dalla strada. I classici come canone. E, appunto, come interpunzione fra realtà, rappresentazione e interpretazione. «Il teatro è una assemblea viva. Il pubblico delega all’attore l’interpretazione del testo. Amo gli autori che sono molto vicini alla scena. Luigi Pirandello e Carlo Goldoni, Molière e Eduardo De Filippo. Prendiamo Molière: lui è il capocomico».

Il testo e la possibilità che l’interpretazione lo accenda e lo faccia vibrare facendo vibrare, insieme, la scena e gli spettatori presenti la sera a teatro. Il teatro come assemblea. L’attore e la sua funzione. La storia di Servillo ha alcuni passaggi fondamentali in L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello, Il Misantropo e Il Tartufo di Molière, La trilogia della villeggiatura di Goldoni. E, naturalmente, Sabato, domenica e lunedì di Eduardo. «Eduardo, per me, è il massimo connubio fra popolo e sofisticatezza», dice con un lampo negli occhi che mi ricorda l’eccitazione bambinesca del racconto che, forse, di qui a poco avrebbe conosciuto Gidon Kremer.

Ci portano il caffè. Prima dei saluti, mi chiede quanto zucchero voglio. E, a questo punto, mi viene in mente il secondo atto di Questi fantasmi del suo - del nostro, di tutti noi, appunto - Eduardo: “A noialtri, italiani, toglieteci tutto ma questo poco di riposo in terrazza... Io, per esempio, a tutto rinuncerei tranne a questa tazzina di caffè, presa tranquillamente qua, fuori in terrazza, dopo quell’oretta di sonno che uno si fa dopo mangiato. Però il caffè me lo devo fare io stesso, con le mie mani”.

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